I vecchi, quelli che speravano almeno di morire nelle loro case e non in un letto di ospedale, ormai temono di farlo in... hotel. Hanno volti stanchi, combattuti tra il desiderio di vivere, giusto per vedere... "come va a finire", e quello di morire. Morire prima di accorgersi che l'ennesima beffa della vita si è consumata in poche ore, quelle che hanno visto acqua, tanta acqua, scivolare sulle loro case insieme a parte di quella montagna amica che per secoli aveva "vegliato" su Giampileri, Scaletta, Altolia.
Prima di scoprire che il miracolo de L'Aquila, a Messina, pare non ripetersi. Delle promesse di un tale, non importi per loro come si chiami, se di destra, di sinistra o del centro, hanno già sentore di non potersi fidare. Lo hanno capito perché a più di un mese e mezzo dalla notte del fango e della morte, ancora non sono arrivati né case, né progetti di farle, né soldi. Hanno capito che i proclami erano necessari sul fango ancora molle e sulle bare appena riempite. Occorrevano risposte alla nazione. Occorrevano presenze istituzionali, delle maggiori, per lenire dolori, tergere lacrime e conservare un buon elettorato.
Fatto questo, saziati gli appetiti di un popolo che aveva bisogno di sentirsi parte integrante di un sistema governativo che funzionasse nell'emergenza, è stato fatto tutto. Poi, soltanto poi, a fango divenuto pietra, a corpi ormai freddi nelle bare, a riflettori spenti, è arrivato il tempo di "rimangiarsi" tutto.
Dallo stanziamento inizialmente promesso da un presidente del Consiglio "stitico" nelle parole proferite nel corso di una conferenza stampa cittadina (ma che pure aveva formulato quelle giuste: un miliardo di euro in arrivo per gli alluvionati) si è passati a 20 milioni nel giro di pochi giorni; dalle case da consegnare in appena 5 mesi (e ci avevamo creduto vista la tempestività ed il fragore mediatico de L'Aquila) si è giunti, a meno 3 mesi e mezzo alla scadenza, senza neanche un sito individuato per la ricostruzione.
Intanto loro, i circa 1600 sfollati, stazionano negli hotel, ammassati, accomunati da un unico pensiero: tornare a casa. Infrantasi l'onda della solidarietà sulla "battigia" della consuetudine, spentisi gli entusiasmi dei proclami da parte dei governanti che ormai hanno lotte intestine, per loro più travolgenti di una colata di fango, cui far fronte, le vittime di un disastro che non ha più luci ad accenderlo, ma solo ombre a nasconderne gli effetti devastanti, rimangono in "panchina".
La città, lo Stato, non può abbandonarli come carcasse in attesa di rottamazione. Avevano case, famiglie intere ad abitarle, e speranze di vita. Oggi sono ospiti, a lunga durata, di stanze d'albergo. Oggi siedono al tavolo di una mensa comune. Oggi piangono, insieme, chi, almeno, vorrebbero fosse con loro a sperare che quel tale venuto in un giorno di promesse ne mantenesse almeno una: "tornerete presto alle vostre case: al peggio ne avrete, prestissimo, di nuove".








