di Luigi CitrinitiSono giovani, hanno una laurea e svolgono una professione che richiede un livello culturale elevato.
L’identikit dell’emigrante tipico, dal sud al nord d’Italia, è tracciato da Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno, che ha presentato giovedì scorso i dati del Rapporto 2009.
I numeri non scoprono per la verità nulla per cui rimanere particolarmente sorpresi: l’emigrazione “interna” è sempre una costante (lo è da almeno un secolo e mezzo), il pil del nord è più elevato di quello del sud e la crisi economica si sente maggiormente nelle aree più depresse.
Ma il fatto che negli ultimi dieci abbiano cambiato residenza da sud verso nord oltre 700 mila persone, per la maggior parte dei casi capaci di “manodopera qualificata”, è certamente un aspetto da non sottovalutare.
In un periodo in cui l’Italia si interroga su quali misure adottare per arginare la fuga dei cervelli all’estero, il Meridione è costretto a fare i conti anche con l’emorragia interna dei semplici cervelletti: gente che sgobba anni sui libri, si laurea e che, una volta finiti gli studi, vorrebbe poter trovare una collocazione lavorativa. In Sicilia di solito non si riesce a ricavare nulla, per cui si taglia la corda.
Non parliamo dunque solamente di “cervelli eccellenti” (che pure ci sono e vengono ben formati nelle università siciliane, a prescindere da parentele, scandali e malcostumi), ma di un’intera popolazione di “classe media” della cultura lavorativa, di cui il territorio continua sempre a farne più meno. E dato che lo sviluppo passa prima dalle persone e poi dai quattrini, non è uno scenario particolarmente ottimistico in un’ottica di lungo periodo.
Interessante è incrociare la statistica con i dati Almalaurea sulla condizione occupazionale dei laureati. Prendiamo come riferimento l’ateneo di Messina: secondo gli ultimi dati disponibili, relativi all’anno precedente, si sono laureati nell’ateneo peloritano circa 3800 giovani. Di questi, ad un anno dal titolo, lavorano il 41%, una percentuale tutto sommato da non buttare via considerato che la media nazionale è di poco oltre il 50%. E di quel 41% di occupati oltre il 37% ha già un contratto a tempo indeterminato.
Incrociando i dati con quelli Svimez, il sospetto che questi giovani siano approdati altrove è quasi una certezza. Quelli che rimangono continuano a cercare lavoro e soprattutto a studiare, qualificandosi ulteriormente per il prossimo ente o azienda “straniera”, che magari pur di offrirgli un semplice stage farà di tutto per non lasciarseli scappare via.



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