di Fabio BonaseraLa chiamano sindrome di Cassandra. Consiste nell’annunciare una catastrofe senza essere creduti, come accadde alla veggente della mitologia omerica allorquando presagì l’imminente distruzione di Troia.
Da oggi, alla lunga lista delle tragedie prevedibili, previste e ciononostante favorite dall’indifferenza collettiva, si aggiunge quella che ha devastato Messina tra ieri sera e questa mattina. Nel momento in cui scrivo, il bilancio delle vittime, tra morti, feriti, dispersi e sfollati, è ancora in corso d’opera e col passare dei minuti assume proporzioni sempre maggiori.
Da ormai quasi ex giornalista, costretto all’esilio in nord Italia a causa della magrezza delle opportunità offerte dalla mia terra natale, posso solo assistere impotente a questo stillicidio che mi riporta alla mente illustri precedenti per nulla confortanti. La frana del Vajont, il 9 febbraio 1963, 1.909 morti. Il terremoto del Belice, il 15 gennaio 1968, 370 morti. L’alluvione di Sarno, il 5 maggio 1998, 137 morti. Il crollo per una scossa di terremoto della scuola Iovine di San Giuliano di Puglia (Campobasso), il 31 ottobre 2002, 27 bambini e la loro maestra morti. Il recente terremoto dell’Aquila, il 6 aprile scorso, 308 morti. La costante che si ripete nel tempo ha una raggelante regolarità. Ognuna di queste immani disgrazie era stata annunciata. Nessuno ha fatto nulla. E nessuno ha pagato, tranne nel caso della scuola di San Giuliano. Qui, in appello, sono state inflitte ai responsabili pene detentive fino a quasi sette anni, salvo i benefici concessi dall’indulto.
Quando si parla di eventi prevedibili, non ci si sofferma tanto sulle calamità generate dagli elementi quanto sull’imperizia con cui sono stati realizzati edifici, strade, servizi. A Messina, dove le case giacciono perfino nei letti dei torrenti, le frane nelle aree falcidiate si susseguivano da tempo. Già l’anno scorso, come nelle scorse settimane, i collegamenti verso Catania ne avevano sofferto. Per non parlare degli appelli della cittadinanza per la messa in sicurezza delle zone a rischio. Gli stessi cittadini di Giampilieri, che più di ogni altro centro ha pagato il suo tributo in termini di vite a questa follia, parlano di tragedia annunciata. Ma al di là di qualche intervento tampone, niente si fa e niente si è mai fatto per porre rimedio a una simile fragilità. Ne’ è mai esistita una politica seria di urbanizzazione del territorio, capace di garantire sicurezza e sostenibilità degli insediamenti.I nubifragi con danni ingenti, decessi e ferimenti, ribattezzati in maniera più eclatante alluvioni proprio per giustificare le pecche degli amministratori, si susseguono in questo lembo di terra da sempre e sempre siamo qui a raccontarci che la colpa è dei soliti noti che da ancor prima dell’avvento della Seconda Repubblica si avvicendano nella stanza dei bottoni.
Tutti restano ben saldi alle poltrone e tutti prosperano impunemente sulla carne di una cittadinanza che si contraddistingue, in un panorama nazionale già triste, per la propria autodeterminazione al degrado. E’ Messina una città nella quale, negli ultimi 15 anni, l’elettorato ha per ben due volte votato un sindaco di un colore politico e un consiglio comunale di quello opposto. Non ha battuto ciglio dinanzi al reiterato e duraturo commissariamento della giunta e subisce sistematicamente qualunque tipo di privazione, dalla carenza cronica di servizi fino alla paurosa voragine occupazionale che è ormai un marchio di fabbrica.
La puzza della rassegnazione contamina ogni strada. Una rassegnazione figlia dell’indolenza e dell’ignoranza. Sulla scorta del terremoto dell’Aquila, io per primo ho esortato colleghi giornalisti locali e “comuni mortali” a pretendere dalle autorità una copia del piano di evacuazione della città e le certificazioni della sicurezza statica di ogni immobile. Quando mi è andata bene, ho rimediato una sonora risata.
E in uno scenario che sa di girone dantesco di infima periferia, non rimane che assistere ancora una volta ai caroselli di politici di ogni fazione concepibile, con i loro proclami e gli scaricabarile, gongolanti per l’opportunità di una nuova vetrina in cui specchiarsi e per una giustizia terrena che non saprà mai coglierli alle spalle.




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