Di Davide Manzo
GLI INDIMENTICABILI
Dialoghi con i protagonisti della storia del calcio messinese
Terza puntata – Coppola
CARMINE COPPOLA: O' GUERRIERO 'NNAMMURATO E LE SUE COPPE DEI CAMPIONI
Da ragazzino “rotto” a capitano del Messina. Storia di un calciatore che ha saputo stringere i denti e lottare per creare la sua favola. In giallorosso ha raggiunto la serie A, i trionfi, la Nazionale. “Sono partito dalla provincia, sono arrivato lontano. Per quello che ho fatto, che abbiamo fatto a Messina, è come se avessi vinto tredici Coppe dei Campioni”.
Poi, la favola è finita,sono arrivate le delusioni, le amarezze. La sua squadra, il Football Club Messina, è scomparsa. Ma il suo amore per la città è rimasto immutato.
Estate 2001: un'immagine sbiadita. A Camigliatello, in Sila, c'è un nutrito gruppo di calciatori al lavoro. Tutti insieme ad allenarsi, a lavorare, a sudare. Sono i componenti dell'organico del Messina che prepara il ritorno in serie B. In disparte, a corricchiare senza sosta, in maniera non sempre composta, da solo, ai bordi del campo, c'è un ragazzo. Si chiama Carmine Coppola, è un giovane centrocampista, un mediano. Il d.s. Nicola Salerno l'ha scovato nella Triestina, dove ha giocato, in C2, nell'anno precedente. È reduce da un gravissimo infortunio: rottura totale dei legamenti del ginocchio sinistro. A causa di quel guaio fisico è fermo da mesi.I tempi di recuperano si annunciano lunghi, ci si chiede perché tra i primi acquisti ci sia stato proprio lui, rotto e sconosciuto: Carmine Coppola da Pollena Trocchia, provincia di Napoli.
Il ragazzo, però, ha carattere e si vede subito: “Sono a buon punto, il peggio è passato, sono giovane e ho tanto tempo davanti a me, gli infortuni fanno parte del gioco. Tornerò in piena forma e dimostrerò quanto valgo”. Manterrà la parola, andando oltre ogni immaginazione.
IL NAPOLETANO “SETTENTRIONALE”, LA SUA SOFFERENZA E IL GRUPPO DI “BANDITI”
Carmine, ricordi quel periodo iniziale?
Ricordo, eccome. Era dura lavorare da solo, combattere contro quel brutto infortunio, sperare giorno dopo giorno di poter accorciare i tempi di recupero. Però riuscivo anche a stare tranquillo, avevo fiducia nei miei mezzi e grande voglia di dimostrare il mio valore. E poi fu davvero splendido entrare a far parte di quel gruppo. Un gruppo spettacolare, fantastico, un gruppo di pazzi, di “banditi”, nel senso buono del termine. Venivo da diversi anni trascorsi nel Nord-Est e mi stavo quasi abituando a parlare in “nordico”. E invece la lingua madre del Messina era il napoletano: c'erano Enrico Buonocore, Sasà Sullo, Gigino Corino, Sasà Marra , Gianni Di Meglio, Sasà D'Alterio, mi sembrava di essere tornato a Napoli. Quella era una squadra piena di gente con gli attributi, molti di noi erano limitati tecnicamente, però sopperivamo a quella mancanza con una grinta impressionante e con un gran carattere.
Salerno, fin dall'annuncio del tuo acquisto disse: “E' un gran giocatore, vedrete”. Gli devi parecchio, vero?
Nicola Salerno per me è stato ed è come un papà e mi ha sempre trattato come un figlio, mi aveva seguito a Vicenza e a Trieste e mi apprezzava. Ha puntato su di me dandomi fiducia quando ero “rotto”, mi ha aspettato con pazienza e mi ha sempre difeso e tutelato. In quella stagione, a gennaio, ha preferito tenere me in squadra, nonostante fossi ancora infortunato, e cedere Bellotti, che era anche un buon centrocampista. Mi ha sempre dimostrato stima e affetto e non potrò mai dimenticarlo.
Il tuo rapporto con la città di Messina, dopo sette anni in giallorosso, è ormai profondissimo. L'ambientamento fu immediato?
No, non fu immediato. Inizialmente non sarei voluto venire. Non perché avessi qualcosa contro Messina, ma perché stavo bene al Nord, mi ero ambientato, dopo le stagioni trascorse al Vicenza, al Cittadella, alla Triestina. Pur sentendomi profondamente legato al Sud, non volevo giocare al meridione. Invece pian piano ho iniziato ad apprezzare la città e la sua gente ed oggi mi sento un messinese a tutti gli effetti.
La tua prima stagione messinese non fu certo esaltante...
Fu un anno durissimo. Dopo tanti sacrifici fatti per tornare in campo, gioco la mia prima gara a Lecce in Coppa Italia, vinciamo 3-1 e passiamo il turno. Gioco anche la successiva gara di Coppa, contro il Parma (al Celeste, l'11 novembre 2001, Messina – Parma 0-2), e mi rompo i menischi, quello interno e quello esterno, dello stesso ginocchio che mi aveva procurato tanti guai. Una mazzata tremenda! Ci vollero tanti altri sacrifici e tanto altro sudore per poter esordire in B, a Terni, a gennaio. In campionato riuscii a giocare appena otto partite.
Anche per la squadra fu una stagione sofferta.
Fu davvero bello poter contribuire alla salvezza, in quell'ultima giornata di campionato, a Crotone. Arrigoni mi schierò dal primo minuto, riuscimmo a vincere (2-1) e a mantenere la serie B.
Ripeto, quella era una grande squadra e c'era un grandissimo gruppo. Poi arrivarono i tanti infortuni. Su tutti quello di Enrico Buonocore che ci tagliò le gambe.
Anche Daniele Portanova, tuo compagno di allora, ripercorrendo quella stagione, ha detto che fu proprio l'infortunio di Buonocore a determinare una “svolta negativa” per la squadra.
Enrico era la nostra guida, era la luce di quel Messina. È come togliere Kaka al Milan che lottava per vincere scudetti e Coppe Campioni.
Aliotta presidente, Arrigoni allenatore: considerazioni su di loro?
Aliotta è stato un presidente eccezionale, fuori dagli schemi. Lo sentivi sempre vicino, non aveva l'aria del presidente ma del padre di famiglia. Quando penso a lui lo ricordo sempre sorridente, con il suo sigaro in bocca.
Arrigoni è un ottimo allenatore, tra i migliori che ho avuto, lo stimo molto anche come persona.
IL RISCHIO CESSIONE, L'ESPLOSIONE, IL RINNOVO

La seconda stagione (campionato di serie B 2002/2003) è quella in cui i messinesi scoprono davvero Carmine Coppola.
Si, ma rischiai seriamente di dover subito cambiare squadra. Eravamo andati in ritiro con mister Cuoghi. Poi, con l'arrivo dei Franza al timone della società, tutto è cambiato immediatamente. Salerno è andato via ed io, su decisione del nuovo direttore sportivo, Pavarese, ero subito stato ceduto. Un giorno, ad agosto, mi arriva la telefonata dei dirigenti del Martina Franca. “E che è sto Martina Franca?” risposi immediatamente. Pensavo che fosse uno dei soliti scherzi di Sasà Marra o di Enrico Buonocore, che erano anche bravi in questo genere di cose, e già altre volte mi avevano fregato facendomi credere di essere dirigenti di squadre interessate a me. Invece Pavarese mi aveva mandato davvero lì. Per fortuna però Oddo si oppose e decise di puntare su di me. Alla prima giornata, a Siena, ero già titolare e titolare restai fino alla fine del campionato, riuscendo finalmente ad esprimermi su buoni livelli. Giocai complessivamente più di 30 partite. Per me fu davvero una bella stagione coronata con quel gol incredibile e importantissimo che segnai contro il Cosenza nella parte conclusiva del campionato, quando in panchina era già arrivato Bolchi.
Di quella squadra facevano parte Zampagna, Amauri, Sullo, Portanova, Zoro, Campolo, tanto per citarne alcuni.
Bella squadra anche quella, sicuramente. Avevamo un'ossatura già forte, e la società fece molti acquisti azzeccati, giocavamo molto bene e centrammo l'obiettivo con un po' di ansia in meno rispetto all'anno precedente. A fine febbraio rinnovai il contratto, firmando per cinque anni.
Chi ricordi, in particolare, di quel gruppo.
In quel gruppo c'erano tanti buoni giocatori e tanti cari amici. Però ricordo con piacere Amauri e le difficoltà che incontrò inizialmente. Molti dicevano che non veniva dal Brasile, che era un bidone e cose del genere. Invece in allenamento era strepitoso, fenomenale, fisicamente e tecnicamente. Tutti, in squadra, eravamo impressionati dalla sua forza e dai suoi numeri. E nella parte finale del campionato dimostrò cosa era in grado di fare.
IL SOGNO PROMOZIONE, GLI INSEGNAMENTI DI MUTTI, L'AMORE MESSINESE
E siamo arrivati alla stagione 2003/2004, annata indimenticabile. Andiamo con ordine, in ritiro come ti sembrò la squadra?
Ottima, avevamo un organico davvero ben attrezzato. Basta pensare che c'erano tanti ragazzi che ancora oggi giocano in serie A: da Storari ad Aronica fino a Parisi. E poi altri calciatori di valore come Fusco, Lavecchia, Zoro, Mamede, Sullo, Campolo. Ci mancava qualcosa in attacco, anche se per me Zaniolo era un gran giocatore. Quel vuoto fu colmato dall'arrivo di Arturo Di Napoli che, una volta entrato in forma, divenne il nostro valore aggiunto. Arturo è un fenomeno. Ricordo che per le prime sette-otto partite per noi fu quasi un peso. Poi, quando trovò una buona condizione fisica, ci trascinò in A con gol meravigliosi. Ad Arturo ho visto fare cose impressionanti, lui è un giocatore che avrebbe meritato di giocare in massima serie con maggiore continuità.
Restiamo su quella magica stagione. L'avvio di quel campionato, con Patania in panchina, per il Messina fu disastroso. Nelle prime sette partite, la squadra colleziona la miseria di quattro punti e sprofonda all'ultimo posto.
Di Patania non voglio parlare, dico solo che era una brava persona. Per quanto riguarda quelle sette partite, posso dire che il nostro campionato è cominciato con l'handicap, è come se fosse durato sette partite in meno. E, anche per questo, centrare il traguardo promozione fu fantastico.
La svolta coincide con l'arrivo di Bortolo Mutti. Cosa accadde realmente? Cosa determinò un cambiamento così repentino?
Eravamo forti, ma non ce n'eravamo resi conto. Mutti ce lo fece capire, ci diede tranquillità, riuscì a trasmettere alla squadra l'amore per il lavoro, la voglia di allenarsi, sempre e comunque. Mutti è una persona meravigliosa. Fu con lui che indossai per la prima volta la fascia da capitano: accadde proprio ad Avellino, nella gara del suo esordio in panchina. Vincemmo 1-0, gol di Guzman. Fu il primo successo di quell'indimenticabile stagione. Iniziò lì la nostra cavalcata trionfale.
Quando ti rendesti conto che il Messina avrebbe potuto davvero centrare la promozione in serie A?
A gennaio. Ho capito che la squadra aveva fatto il salto di qualità, che avevamo la possibilità di centrare un'impresa storica. C'era un gruppo solido, giocavamo bene, la piazza ci trascinava e il Celeste era la nostra arma in più.
Nella promozione del Messina in serie A, comunque, ci speravo da tempo. Tanto che nel contratto, firmato l'anno prima, avevo chiesto ed ottenuto di poter inserire una clausola in caso di promozione in serie A. Il presidente Franza allora restò stupito dalla mia richiesta.
Quali erano i punti di forza di quella squadra?
Erano tanti: il gruppo, il mister, il calore del nostro pubblico. E poi quella era una squadra eccezionale, fortissima, costruita molto bene dal direttore Fabiani.
Messina – Como, cosa ricordi di quella sera?Il Celeste, le bandiere, la festa, la gioia negli occhi della gente. Ho girato in macchina per tutta la notte, festeggiando con le migliaia di tifosi che si erano riversati in strada.
La tua che stagione è stata?
All'inizio ho sempre giocato. Poi, per un periodo, il mister alternava a centrocampo, al fianco di Mamede, me e Gentile. In casa giocava lui, in trasferta io. Tra gennaio e febbraio ho iniziato a giocare meno. Avevo avuto uno scontro con Mutti. Mi rimproverava perché, secondo lui, non mi allenavo bene. Era vero che non lavoravo nel modo giusto, non sentivo affetto intorno a me e mi ero un po' buttato giù. Presto però mi sono reso conto che stavo sbagliando: quello non era l'atteggiamento giusto, Mutti aveva ragione. Mi è scattata una molla ed ho iniziato ad allenarmi senza sosta, avrei lavorato anche di notte, specie quando ho capito che c'era davvero la possibilità di arrivare in A. Anche il mister ha capito che ero tornato ad imboccare la strada giusta ed è tornato ad utilizzarmi con regolarità. In casa contro il Livorno entrai dalla panchina e segnai un gol bello ed importante contro una nostra diretta concorrente. Da allora fino alla fine del campionato sono sempre stato titolare. La mia, nel complesso, è stata una grande stagione, mi sentivo benissimo, gli infortuni erano ormai alle spalle, come dimostrano le 38 presenze che sono riuscito a collezionare. Ed è stato nel corso di quella stagione che ho capito fino in fondo lo spirito dei messinesi. Nei momenti bui tante persone mi sono state vicine, ho capito che erano molti i messinesi che mi volevano bene. Quando ho iniziato a sentire l'affetto della gente, ho reso il triplo.
Chi, fuori dal campo, nei periodi di difficoltà, è sempre stata al tuo fianco è tua moglie, messinese.
Non conosco un termine, un aggettivo che possa davvero rendere l'idea di quanto mia moglie sia stata importante per me, in ogni momento, in ogni circostanza. Ho conosciuto Ersilia nel settembre del 2001, quando ero da pochi mesi un calciatore del Messina. Stiamo insieme da gennaio del 2002, nel 2006 ci siamo sposati, nel 2008 è nata la nostra bimba, Annalisa. È anche grazie a loro che io mi sento un messinese a tutti gli effetti.
SERIE A: LA FAVOLA
E, intanto, ecco la serie A...
Io ho sempre creduto di essere in grado di avere una carriera dignitosa. Ma essere arrivato in A, ancora abbastanza giovane, con una maglia di cui ero e sono innamorato, era davvero il massimo. In quella fantastica stagione (2004/2005) per me non c'è stato solo l'esordio in A: ho inaugurato da capitano lo stadio San Filippo, ho raggiunto le cento presenze in giallorosso, ho segnato il mio primo gol in massima serie. Ho vissuto una favola, indimenticabile, e il mio amore viscerale per la città è diventato ancora più forte.
Anche per il Messina la prima stagione di serie A fu “da sogno”...Incredibile, il Messina al settimo posto in serie A. Giocavamo bene, eravamo una vera squadra, compatti dentro e fuori dal campo. Eravamo “animali”che lottavano, tutti insieme. Ad inizio stagione ero certo che avremmo conquistato la salvezza, ma il settimo posto non l'avrei mai potuto neppure lontanamente immaginare. Quella stagione mi ha regalato sensazioni fortissime, ci sono partite impossibili da dimenticare.
Quali?
I due derby vinti con la Reggina. In casa dopo una bella rimonta, in trasferta con quel 2-0 secco che riempì di gioia i nostri tifosi. Ricordo il ritorno in città con tutta quella gente in festa che ci aspettava. Emozioni uniche.
Le partite più incredibili furono però le due che giocammo, in avvio di stagione, alla seconda ed alla terza giornata, contro Roma e Milan.
4-3 alla Roma, pazzesco. Era la prima partita di campionato che giocavamo al San Filippo, in uno stadio da 40.000 posti, tutto pieno. Un'atmosfera magica, un'euforia arrivata alle stelle.
Quella è stata la partita in cui ho capito davvero che eravamo una squadra “di matti” che, con la voglia e la coesione, poteva centrare qualunque obiettivo.
E poi c'è la partita più bella della mia vita: 2-1 a San Siro contro un Milan stellare, i campioni in carica. Prestazione magnifica la nostra, coronata da quei bei gol di Giampà e Zampagna. È stato il Top, in quel mi momento mi sentivo il più forte del mondo. A fine partita sono stato sorteggiato per il controllo antidoping insieme a Gattuso e Maldini. Loro mi parlavano, complimentandosi per la nostra vittoria, ed io avevo la pelle d'oca, riuscivo a stento a rispondere. Poi, prima di andare via da San Siro, mi sono affacciato dal balcone delle stadio e ho visto i tifosi del Messina che festeggiavano, cantavano, ballavano. È come se quel giorno avessi vinto sette/otto Coppe Campioni.
E come se non bastasse tutto quello che di straordinario ti stava accadendo, a giugno arriva anche la chiamata di Marcello Lippi per lo stage negli Stati Uniti con la nazionale azzurra?
E lì, per me, arrivarono altre quattro Coppe Campioni! Una soddisfazione enorme!
Sapevo che a seguire le nostre partite c'era sempre un osservatore della nazionale. Ma pensavo che venisse per visionare Parisi: Alessandro aveva già, meritatamente, esordito in azzurro in quella stagione. E invece quell'osservatore era lì per me e lo scoprii quando arrivò la chiamata. Non si può spiegare tutto quello che mi passò per la mente in quel momento, né le sensazioni che ti può dare la maglia della nazionale. Ho ripensato ai momenti tristi, a quelli duri, ed ho realizzato di aver coronato un sogno, partendo dalla provincia e arrivando così lontano, dopo aver superato difficoltà ed ostacoli. Ho giocato entrambe le gare in programma, contro la Serbia Montenegro e contro l'Ecuador. A Lippi piacevo, già questo bastava per riempirmi di orgoglio. Sono anche stato inserito nella lista dei 56 preconvocati per il mondiale. Sapevo che c'erano poche speranze di partecipare ai Campionati del Mondo, poi la pubalgia e la successiva, brutta, stagione del Messina azzerarono ogni possibilità.
È vera quella “famosa” storia dell'interesse del Totthenam?Verissima, e non fu semplice interesse ma un'offerta vera e propria che arrivò nella parte finale del nostro primo campionato di A: 4 milioni al Messina e tanti soldi anche per me. A ripensarci, sudo. Al Totthenam arrivarono due no: il mio e quello del presidente Franza. Probabilmente sbagliammo entrambi, era una grande occasione, sia per me che per il Messina.
SCONFITTE E AMAREZZE
È anche vero, però, che allora nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto di disastroso sarebbe accaduto negli anni immediatamente successivi...
Infatti. Io non avevo colto alcun segnale che potesse fare presagire le catastrofi che stavano per arrivare...
Quando hai iniziato a percepire che le cose si stavano mettendo male, che la favola Messina era finita, che il progetto stava franando?
Durante il secondo campionato di serie A (2005/2006), quello della prima retrocessione. Nel corso di quella stagione ho parlato varie volte con il presidente Franza per esprimere il mio disappunto su alcune scelte. Ho capito che qualcosa stava cambiando, non ho condiviso molte decisioni, ma ero semplicemente un calciatore e ho continuato a fare il mio lavoro.
Gli effetti di quanto stava accadendo si percepirono, non ancora in maniera chiara per tutti, nel corso della calda estate del 2005. A lungo ci fu il fondato timore che il Messina non venisse iscritto al campionato di serie A per inadempienze con il Fisco.
Una grande paura e un'altra Coppa Campioni vinta quando quella brutta storia finì. Fu un'estate snervante.
Il mio procuratore mi aveva informato dell'interesse per me di alcune squadre italiane, tra cui Roma e Lazio, e anche di qualche formazione inglese. Sarei diventato miliardario se fossi rimasto svincolato, ma avevo a cuore solo le sorti del mio Messina.
Sul campo, la seconda stagione di serie A fu decisamente diversa rispetto alla prima: il Messina lottò con ardore fino a gennaio, poi crollò improvvisamente, cosa accadde?
In parte pesarono le scelte sbagliate della società ma anche il gruppo ha le sue grandi responsabilità per quanto successe. Gli infortuni a catena che iniziarono a perseguitarci giocarono il loro ruolo. Ed è finita malissimo, con quell'amara retrocessione. Che agonia quelle ultime giornate...
A fine marzo venne esonerato Mutti, lo spogliatoio approvò la decisione della società?
L'idea secondo cui cose del genere le decide lo spogliatoio è solo un luogo comune. La società “caccia i soldi”, la società decide. Poi ognuno ha i suoi punti di vista e le sue idee da esprimere. Per quanto mi riguarda, io ero con Mutti. E credo che anche la stragrande maggioranza dei miei compagni fosse con lui. Non ero in città quando la società decise di esonerarlo, ero a Forlì a curarmi. Andato via Mutti, ho capito che le cose si erano messe davvero male.
Dopo anni di entusiasmanti successi, quella retrocessione rappresentava per te e per il “gruppo storico” la prima grossa delusione. Finito quel ciclo, hai pensato per la prima volta di andar via?
Assolutamente no. Ero ancora convinto che si potesse ripartire e, in squadra, eravamo in molti a pensarla così. A fine stagione mi arrivarono diverse offerte anche dalla serie A, ma non mi importava della categoria, volevo restare a Messina e riconquistare sul campo quello che avevamo perso.
IL CAPITANO “DEGRADATO” E IL SUO TRISTE ADDIO
E invece non fu il campo a restituire al Messina la serie A. Ma “Calciopoli”.
Così, mentre vi preparavate ad affrontare il campionato di serie B, arrivò un incredibile ripescaggio, addirittura ai danni della Juve, di cui il Messina era quasi una squadra satellite. Quello fu uno degli effetto più strani di quell'estate di scandali calcistici.
Per me non fu affatto strano. Fu giusto. Loro facevano gli imbrogli. Noi eravamo un “satellitino”, niente a che vedere con i loro interessi e con i loro comportamenti. Il Messina non ha mai fatto nulla di illegale.
Si riparte dalla serie A, con Giordano, scelto prima del ripescaggio. E per te c'è subito una delusione. In attesa del rientro di Sasà Sullo, capitano indiscutibile di quella squadra, la fascia non viene affidata a te ma a Storari.
Prima a Storari, poi a Riganò, poi a Zanchi, poi a Di Napoli....credo che battemmo il record di capitani. A me la fascia venne tolta ad inizio stagione: non fu la scelta in sé a darmi fastidio ma il fatto che nessuno, né Giordano, né il ds Valentini, né il presidente Franza, venne a dirmi: “Questa è una mia decisione” . Nessuno di loro si assunse la responsabilità.
Primo passo verso l'addio...
Era la società a volermi cacciare. Lo avevo capito e, in chiusura di calciomercato, avevo già raggiunto l'accordo con il Cagliari di Nicola Salerno: mi avevano proposto un contratto di quattro anni, a buone cifre. Poi ci ho ripensato, un'altra volta. Non ce la facevo ad andar via da Messina. E sono rimasto.
Il Messina parte a razzo e tu segni il primo gol ufficiale della stagione, contro la Sansovino in Coppa Italia. A quella gara seguono altre buone prestazioni in Coppa ed un incoraggiante avvio di campionato. Poi, anche in questo caso, qualcosa si blocca.
È vero, all'inizio giocavamo bene, poi i problemi sono venuti a galla. C'erano troppi incompetenti nello stesso posto.
Chi, ad esempio?
È facile intuirne i nomi.
Furono le stesse persone che ti spinsero ad andar via da Messina, a metà campionato, gennaio 2007, dopo cinque anni e mezzo in giallorosso?
A spingermi a lasciare il Messina fu un insieme di cause. Influì certamente la convinzione che troppe cose erano ormai cambiate in peggio all'interno della società: troppe valutazioni sbagliate, troppa approssimazione. Ormai non era più possibile raddrizzare quella brutta stagione. E poi non mi sono sentito rispettato. E non mi riferisco solo alla società ed all'allenatore. Mi dava fastidio che circolassero voci false su di me, voci che toccavano la persona, non solo il calciatore. Io per il Messina “mi facevo il culo”, e scusate per la volgarità. Non potevo tollerare le cavolate che qualche giornalista incompetente si inventava sul mio conto.
Il Messina retrocede per la seconda volta di fila. Tu traslochi a Livorno. Che esperienza è stata?
Abbastanza positiva. C'era un'ottima squadra e un grande leader come Lucarelli. Ci siamo salvati senza troppi problemi. Complessivamente è andata bene, nonostante ci siano state anche cose che non mi sono andate giù.
Quali cose?
Inizialmente l'allenatore era Arrigoni, che avevo ritrovato dopo cinque anni. Con lui io giocavo sempre. Poi è arrivato Orsi e non ho più quasi visto il campo. Ci può stare che un allenatore “non ti vede”. Però, secondo me, in alcune scelte lui si lasciava, diciamo così, influenzare dal presidente. Spinelli preferiva che, a fine stagione, giocassero altri e non io. Ricordo un episodio. Un giorno Orsi mi chiama, a qualche ora dall'inizio di una partita, e mi dice che avrei giocato titolare. Qualche minuto dopo entro negli spogliatoi e vedo il mio nome cancellato dalla formazione che doveva scendere in campo. Sono comportamenti che ti fanno restare male.
In quella stagione per la prima volta affronti il Messina da avversario (Livorno-Messina 2-1).
Si, ma dalla panchina. Avrei dovuto giocare titolare. La domenica mattina mi viene la febbre a 40. L'indomani guarisco immediatamente. Il Messina mi fa anche questi effetti.
UNA NUOVA SCOMMESSA (PERSA) E L'ULTIMO BREVE VIAGGIO. LA SCOMPARSA DELL'F.C. MESSINAChiusa quella parentesi decidi di tornare a Messina, riducendoti l'ingaggio, e di ripartire dalla B dopo tre anni di A.
Sarei anche potuto restare al Livorno o valutare altre soluzioni. Però fu decisiva una telefonata di Pietro Franza che mi chiamò e mi disse: “ È arrivato Gasparin, vogliamo ripartire, contiamo su di te”. Ci volle poco per convincermi. Mi sono dimezzato l'ingaggio, legandomi al Messina per cinque anni.
Sul campo, la stagione del Messina non fu indimenticabile ma neppure fallimentare. Secondo te c'era la possibilità di gettare le basi per un nuovo ambizioso progetto calcistico?
Ricordo soltanto che c'era un dirigente del calibro di Gasparin. Se fosse arrivato un po' prima saremmo stati la società più ricca del mondo, lui risparmiava pure sull'acqua minerale e non si lasciava scappare gli affari. Gasparin è un manager eccezionale e conosce bene il mondo del calcio. Con lui si poteva certamente ripartire.
Non bastò però la sua presenza per fare desistere la famiglia Franza da quella terribile decisione.
È la pagina più triste della mia carriera calcistica. Ancora oggi la vivo male, io sono tifosissimo del Messina, sul braccio destro ho tatuato lo scudo del Messina. Messina è ormai la mia città e ripensare a quello che è successo mi fa ancora “incazzare”. Quello è stato anche l'anno in cui ho perso mia suocera, per me una seconda mamma. Se non fosse arrivata la mia splendida bimba, sarebbe stato un anno tremendo.
Che idea ti sei fatto della decisione dei Franza?
Non l'ho condivisa, non l'ho capita. L'ho trovata assurda, il Messina non doveva fare questa fine. Però voglio precisare una cosa: per me Pietro Franza non ha colpe. Lui ha pagato per scelte non sue, lui si è sempre comportato da uomo. Io gli devo molto.
LA CARRIERA DOPO MESSINA: ERRORI E INCUBI. E ORA L'AREZZO
Dopo la scomparsa del Messina dai campionati professionistici, riparti da Frosinone.
È stato un errore andare al Frosinone, pensavo che le cose sarebbero andate diversamente. Con l'allenatore Braglia non c'è mai stato feeling, anche se giocavo quasi sempre titolare.
Così, a gennaio, vai alla Salernitana dei “messinesi”.Mi chiama Fabiani, c'era Mutti in panchina, Di Napoli, Fusco, un ambiente caldo...mi son fatto “fregare”. Da quando hanno deciso di cacciare Mutti, per me è iniziato un incubo. Mi hanno fatto passare la voglia di giocare a calcio. A Salerno c'è un pubblico caloroso ma un brutto ambiente, all'interno della società c'è chi crea pressioni stupide ed inutili. Oltre a Fabiani ed al team manager Avallone, tra i dirigenti non c'era nessuno che capisse di calcio.
A Salerno non ho preso soldi, zero, neanche un euro. Sono stato costretto a ricorrere alla vertenza. E sono stato anche contestato pesantemente, mi hanno rinfacciato che avevo il tatuaggio del Messina, di cui vado fiero. È stata davvero una brutta esperienza.
L'unica cosa positiva è aver ritrovato vecchi amici come Arturo Di Napoli. Con lui abbiamo parlato tante volte del nostro Messina. Arturo è legatissimo ai colori giallorossi. Anche lui è stato spesso vittima di voci false e di luoghi comuni quando giocava a Messina. Ma per la squadra ha sempre dato tanto, è un calciatore eccezionale e un bravo ragazzo.
E adesso?
Ho avuto contatti con diverse formazioni di serie B ma ho preferito sposare l'ambizioso progetto dell'Arezzo. Il direttore Ceravolo mi ha convinto a scendere di categoria. Non è un problema ripartire dalla Prima Divisione se c'è una struttura seria, una buona squadra e la voglia di vincere il campionato.
SETTE ANNI A MESSINA: BUONI E CATTIVI, RICORDI E CURIOSITA'
Dopo aver ripercorso la tua lunga esperienza a Messina, passiamo alle curiosità legate alle tue sette stagioni in giallorosso.
Il miglior allenatore che hai avuto?
Mutti. Per me anche lui è stato un papà.
E il peggiore?
È una brava persona, non è giusto farne il nome.
Il miglior dirigente?
Nicola Salerno su tutti. Ma ho avuto la fortuna di lavorare anche con altri dirigenti eccezionali come Gasparin e Fabiani.
Il peggiore?
Lo “stilista”
Vale a dire?
È facile da capire.
Il compagno più forte?
Enrico Buonocore, il numero uno. Un calciatore strepitoso, fantastico, fenomenale. Ma voglio citare anche Gaetano D'Agostino.
Il più scarso?
Issah. Arrivò dall'Udinese al Messina durante il primo campionato di serie B, con Arrigoni in panchina. Non era male, però secondo me era vecchio. Dichiarava di avere 17 anni, ma ne dimostrava 47.
La più bella partita mai giocata da un tuo Messina?
Neanche a dirlo, quella meravigliosa vittoria sul Milan, a San Siro.
La più brutta?
A Firenze, nell'ultimo anno di serie A, con Giordano in panchina. Un 4-0 umiliante ed una prestazione orrenda.
Il gol del Messina che ricordi più di ogni altro?
Quello che ho segnato io al Celeste contro il Cosenza nella parte finale della stagione 2002/2003. Un gol bellissimo e importantissimo, fondamentale per la salvezza del Messina. Ricordo ancora quel momento: cross di Sullo da destra, respinta di testa di un difensore al limite dell'area, il pallone spiove, tiro al volo da trenta metri e la palla si insacca all'incrocio. Da non crederci!
A proposito di gol, ne hai segnati cinque nelle competizioni ufficiali. Normale quello in Coppa Italia contro la Sansovino. Bello e commovente quello con il Treviso nel campionato di B 2007/2008, a poche ore di distanza dalla scomparsa di tua suocera. Strepitosi gli altri tre. Detto di quello con il Cosenza, ricordi gli altri due?
Che domande sono? Come potrei non ricordarli. Ho fatto pochi gol, ma sono stati tutti belli e importanti. Con il Livorno, nell'anno della promozione, ero entrato dalla panchina. Avevamo da poco segnato l'1-1, quando mi invento un gran tiro da fuori, di controbalzo, con il pallone che va a finire sotto la traversa.
E poi c'è quello segnato contro la Lazio, al San Filippo, la mia unica rete in serie A (su 81 presenze complessive). Vinciamo 1-0, decide il mio tiro di sinistro dal limite dell'area. Di quel gol ricordo anche l'abbraccio a bordo campo con Sasà Sullo, che stava vivendo un momento delicato.
Cosa ha rappresentato e cosa rappresenta per te Sasà Sullo?
Un compare, un amico, un fratello, un modello da seguire. Lui mi ha sempre aiutato, sostenuto, guidato. È un uomo eccezionale ed è stato un gran giocatore. È un professionista esemplare e sono certo che diventerà un grande allenatore.
Il compagno più simpatico che hai avuto a Messina?
Marc Zoro, un gran personaggio. E un ottimo giocatore che avrebbe potuto avere una carriera migliore.
Il talento inespresso?
Per quanto riguarda l'esperienza messinese, Amauri che, però, ha poi dimostrato di cosa è capace.
In linea generale Andrea Gentile, un fenomeno, era fortissimo tecnicamente. Non so perché non sia “esploso”, forse a causa di qualche limite caratteriale.
A chi devi dire grazie?
A Nicola Salerno ed al presidente Aliotta. Sono stati i primi a credere in me e a darmi la possibilità di giocare in una piazza splendida come Messina
A chi non diresti mai grazie?
Allo “stilista”.
Cosa ti manca di Messina?
Mi mancano un miliardo di cose. Mi manca il Celeste, il San Filippo, gli scherzi di Sasà Sullo che entrava nello spogliatoio con il megafono prendendo in giro tutti, mi manca Ciccio Currò, mi manca il dottore Petralito, il miglior medico che io abbia conosciuto, ancora oggi mi rivolgo a lui quando ho un problema. E tante, tante altre cose.
Ti manca più il Celeste o il San Filippo?
Ancora oggi mi capita, quando sono a Messina, di uscire di casa la notte per andare ad osservare il San Filippo. E mi tornano in mente immagini uniche. Il Celeste però è il massimo, sapeva trasmetterti un'energia impressionante. Il “Celestino” mi faceva sentire davvero un leone.
Il ricordo più bello ed il più brutto della tua avventura a Messina?
Coronare il sogno di raggiungere la Serie A con la squadra della mia città è stata un'emozione indescrivibile.
Il ricordo più brutto è legato all'anno in cui, tra "stilisti" e "fotomodelli", tutto è andato a rotoli ed io sono stato costretto a cambiare aria.
IL PRESENTE E IL FUTURO, IL RIFIUTO E LA CERTEZZA
Ormai vivi stabilmente a Messina, il tuo futuro lo vedi ancora legato a questa città?
La mia vita è ormai legata a questa città. Mia moglie e mia figlia sono messinesi, io sono messinese, ho casa a Messina, vivo a Messina.
C'è stata la possibilità di tornare a vestire la maglia giallorossa, mi è arrivata qualche settimana fa un'interessante offerta da parte dell'attuale proprietà del Messina. Però, al di là del fatto che in serie D c'è un tetto salariale da rispettare, credo di potere ancora giocare le mie carte tra i professionisti. Per questo ho rifiutato. Tra due-tre anni mi piacerebbe tanto tornare a giocare per il Messina e superare le 200 presenze (per ora è fermo a quota 179). Anzi sono certo che tornerò.
Certo?
Minchia, matematico.
Grazie Carmine, abbiamo finito. A te la conclusione.
Voglio chiudere questa intervista esprimendo una mia convinzione: sono sicuro che il Messina tornerà presto dove merita, sono sicuro che presto sarà scritta una nuova, importante pagina di storia del calcio messinese. Perché lo merita la città e lo meritano i tifosi, a cui va il mio affettuoso saluto.



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