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31 lug 2010
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Home Rubriche Gli Indimenticabili Peppe Catalano, la dura e avventurosa vita di un fantasista

Peppe Catalano, la dura e avventurosa vita di un fantasista

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Di Davide Manzo

GLI INDIMENTICABILI
Dialoghi con i protagonisti della storia del calcio messinese
Quarta puntata – Catalano

PEPPE CATALANO, LA DURA E AVVENTUROSA VITA DI UN FANTASISTA
La sua carriera racchiude un pò tutto quello che il calcio può offrire: esaltazione e bocconi amari, imprese e tormenti, errori e rinascite. Con la sua classe ha stregato Messina, il calore della città lo ha entusiasmato, esaltato, galvanizzato, fino a creare un rapporto di reciproco affetto che resiste tuttora, a venticinque anni di distanza dal suo approdo in riva allo Stretto. Peppe Catalano, il numero 10 del Messina dei miracoli di Franco Scoglio, racconta il suo pallone d'altri tempi. Con passione e trasporto, disincanto e ironia. E con l'originalità che lo ha sempre contraddistinto, in campo e fuori.


peppe---catalanoQuattro anni a Messina. Per quattro anni un idolo del popolo giallorosso. In quattro campionati 40 gol, media ragguardevole. Ma i gol non bastano a sintetizzare il tutto: le vittorie e le sconfitte, gli addii e i ritorni, le gioie e le amarezze, le promozioni conquistate e sfiorate, le centinaia di palloni accarezzati, di sobbalzi procurati, di entusiasmo regalato. Di quell’entusiasmo che, nel calcio, nessuno sa trasmettere come un fantasista. Di quelli che segnano e fanno segnare, divertono e, magari, vincono anche. Come Peppe Catalano. Un fantasista in campo e fuori. Un fantasista d’altri tempi. Di quelli che uniscono. Di quelli che non saltano una partita. Di quelli che affiancano l’orgoglio, il carattere, la personalità, alla genialità calcistica. Di quelli che amano il “contatto” con la gente, con i tifosi, con la piazza. Una piazza, anch’essa, d’altri tempi. Migliaia di spettatori allo stadio, sempre e comunque. Un legame fortissimo, che andava oltre il campo, ad un unire la gente con la squadra che rappresenta la città. Ed è questo che ha stregato Peppe Catalano. Uno che, con il talento che si ritrovava, sarebbe potuto andare ben oltre le 7 presenze racimolate in serie A. Ma Messina ha riempito la sua carriera di successi, calore, indimenticabili storie di calcio e di vita. E poco importa se anche Messina gli ha procurato qualche dispiacere, momenti di delusioni, di rabbia. Perché lui, Peppe Catalano, dai messinesi si è sentito amato. E amato, calcisticamente anche “venerato”, lo è stato davvero, fino in fondo. Per quei suoi numeri, per quei suoi tocchi, per quella classe da fenomeno ma anche per il suo carattere, forte e allegro, schietto e ironico. E dire che la “scintilla” è scoccata quando Catalano ha incontrato Messina ed il Messina da avversario…


IL FANTASISTA STREGATO DAL CELESTE

Peppe, la tua strada e quella del Messina hanno iniziato a muoversi parallelamente già prima del vostro incontro. Akragas – Messina, settima giornata del campionato di C2, stagione 82-83. Ti dice niente?
Akragas – Messina 1-0? Ti riferisci a quella? Gol di Catalano mi sembra…

È quella, mi riferisco a quella.
Giocavo nell’Akragas, col numero 10. E mi ricordo che vincemmo 1-0, segnai un bel gol. In campo due buone squadre, che poi si dimostrarono tali conquistando entrambe la promozione in C1. Ma di quella stagione ricordo la partita che, con l’Akragas, ho giocato a Messina, al ritorno.

Perché?
Non tanto per la partita in sé, né per il risultato, 1-0 per il Messina. Mi ha impressionato il pubblico e mi impressionava ogni volta che giocavo a Messina. Giocare al Celeste da avversario era pazzesco. C’erano sempre almeno 10.000 persone, forse anche di più. Per la squadra ospite era un inferno. Mi piaceva da impazzire quello stadio, e mi dicevo che doveva essere bellissimo giocare nel Messina. E, così, quando davvero ci fu la possibilità, accettai immediatamente il trasferimento.

Per chi non ti ha visto giocare, che tipo di calciatore eri?
Potevo giocare, indifferentemente, sia da trequartista, dietro uno o due attaccanti, che da seconda punta. Alla Baggio, per capirci, con le dovute proporzioni. Anche se forse, all’inizio della mia carriera, non ero da meno rispetto a Baggio. Poi, però, nel calcio conta avere la testa giusta al momento giusto. Io la testa giusta ce l’ho avuta tardi. Prime esperienze, primi soldi, si fanno tanti errori. Ogni tanto andavo fuori di testa. Se fossi riuscito a mettere ordine nella mia testa un po’ prima, la mia carriera forse sarebbe stata migliore. Ma, te lo dico subito, per capirci: non ho rimpianti, mi sono tolto tante soddisfazioni, ho vinto campionati e a Messina ho vissuto esperienze uniche, fantastiche, da ogni punto di vista.

“IL MESSINA SPETTACOLARE” E IL SUO CAPOCANNONIERE

Partiamo dal principio. Campionato di C1 1984/85. Il Messina arriva terzo a soli tre punti dalla coppia Catanzaro – Palermo.
Riuscivamo ad esprimere in assoluto il gioco migliore della categoria, avremmo meritato di vincere quel campionato. Quello era un Messina bellissimo, spettacolare. E non solo perché c’erano Bellopede, Romolo Rossi, Repetto, Napoli e tanti altri buoni calciatori. Ma perché quella squadra aveva tutto: uomini, giocatori, gruppo, allenatore. E un‘intera città che ci seguiva. Per me era un sogno giocare davanti a 15-20.000 spettatori. Era proprio per questo che speravo di poter arrivare a Messina. E poi in quel periodo “correvamo” tutti insieme, squadra, tifosi, città, per un unico obiettivo.

Perché allora il Messina non vinse quel campionato?
Perché il calcio è fatto così. Abbiamo perso i due scontri diretti in trasferta, a Catanzaro e a Palermo. Quella di Palermo fu una beffa. Giocavamo davanti a 50.000 persone. Sprecammo tre- quattro palle gol, facendo una gran bella prestazione. E al 90’ segnò il Palermo con De Vitis.

Quella squadra, statistiche alla mano, non segnava moltissimo. In quella stagione 36 gol in 34 partite.
Non erano poi così pochi, era un calcio diverso, si segnava meno in generale. Allora il capocannoniere del campionato non faceva i gol che si possono realizzare adesso. Se andava bene, poteva segnarne 15-16.

Fatto sta che un terzo dei gol realizzati dal Messina in quel campionato portano la firma del capocannoniere della squadra: Catalano.
12 gol?....Si, vero, ho fatto 12 gol. Ma ero favorito da tanti fattori: battevo rigori e punizioni, giocavo sempre e il Messina non aveva grandi goleador, veri cannonieri. La nostra forza era il gioco di squadra, il nostro era un gioco corale, studiato. Poi poteva segnare chiunque. Non c’era nulla di “inventato”. Io mi trovavo benissimo in quel meccanismo ed ero esaltato da quel tipo di gioco, il gioco di Franco Scoglio.

Di Scoglio avremo tempo per parlare dettagliatamente. Restiamo su quella stagione, ricordi il tuo primo gol?
A Nocera, 2-0 per noi, segno su rigore il secondo gol, eravamo andati in vantaggio con Caccia. Ricordo anche il nome del portiere avversario: Torchia.

I derby con la Reggina?
Ah, fantastici, sempre. In quella stagione finirono entrambi con la vittoria della squadra di casa.
Ogni derby un’emozione grandissima. C’era una grande rivalità tra le due squadre per la supremazia dello Stretto. E la sentivamo anche noi, i tifosi ci trasmettevano una grande carica. E davamo tutto quello che avevamo in corpo per vincere quelle partite. Ricordo bene la vittoria di quell’anno al Celeste, gol mio su calcio di rigore. Quando la buttai dentro ci fu la solita incredibile “esplosione”. E ricordo anche la sconfitta subita al ritorno, decisivo il gol di Tavola. A Reggio c’erano 7.000 messinesi! Fu davvero triste sapere che tornavano a casa dispiaciuti.

A quattro giornate dalla fine c’è Messina-Akragas 2-0. Segni su rigore al 33' il secondo gol del Messina e l’Akragas, la tua ex squadra, è ad un passo dalla retrocessione, che arriverà di lì a breve.
Fu una partita particolare per me. Io sono nato a Potenza ma Agrigento era ed è la mia città adottiva, avevo giocato lì, ero il leader di quella squadra fino ad un anno prima. Mi dispiaceva per la loro situazione. Ma io in quel momento ero un calciatore del Messina, la squadra aveva grandi obiettivi e un pubblico straordinario. E fare gol ti dà sempre un’immensa gioia.catalano2

Fu un gol senza esultanza, come si usa adesso?
Non scherziamo. Allora si festeggiava sempre, il rispetto è un’altra cosa, non si manifesta esultando o non esultando per un gol. Il gol è il massimo per un calciatore e bisogna goderselo. Non capisco chi non esulta. Io ho esultato anche quando ho fatto gol al Messina, con l’Udinese.

1986: TUTTI INSIEME VERSO LA SERIE B. STORIA DI UN’IMPRESA COLLETTIVA

Arriva l’anno più bello: campionato di C1 1985/86. Messina promosso in B dopo aver chiuso la stagione al primo posto con 45 punti.
Siamo partiti per vincere il campionato già dal ritiro, consapevoli della forza della nostra squadra. E dirò di più: noi sapevamo che avremmo vinto quel campionato. Lo sapevamo tutti: l’allenatore, la società, noi calciatori. Sapevamo che avremmo vinto e abbiamo vinto alla grande. Siamo arrivati primi, è stato bellissimo. Abbiamo riportato il Messina in B dopo tanti anni, 23 se non ricordo male. E la città è stata sempre con noi. Siamo stati concentrati su quell’obiettivo dall’inizio alla fine. Andavamo sempre in ritiro prima della partita, Scoglio ci portava a Milazzo, alla “Silvanetta”. Con Scoglio i ritiri non mancavano mai. Ma per vincere devi fare sempre qualche piccolo sacrificio, e noi lo sapevamo. Scoglio diceva: «Il ritiro è importante soprattutto per i giovani. I giovani, specie se scapoli, devono arrivare in ritiro prima degli altri. Perché chi è sposato fa una vita regolare. I ragazzi che escono la sera no». Io allora non ero sposato. E anche i ritiri mi aiutarono a crescere.

Diamo spazio ai tuoi ricordi di quella stagione.
Prima immagine: l’esodo di Benevento. Eravamo ad un passo dalla promozione, si mobilitò l’intera città, partirono per Benevento 10.000 tifosi, con pullman e macchine. Vincemmo 1-0, gol di Schillaci, e ci avvicinammo ulteriormente alla serie B. Vedere tutta quella gente in festa fu davvero una sensazione eccezionale.

E una settimana dopo arrivò il match – promozione.
Messina-Cosenza. Eravamo lì, ad un passo dall’obiettivo stagionale, ad un passo da quella meta che non avevamo mai perso di vista. Più concentrati e carichi che mai. Ovviamente andammo in ritiro, alla Silvanetta.
Allo stadio siamo arrivati tre ore prima della gara e la gente era già lì ad aspettarci. Il Celeste poteva contenere 18.000 spettatori, credo che quel giorno ce ne fossero 22-23.000. Ho le videocassette di quella giornata, le custodisco gelosamente. Lo stadio era tutto giallorosso, c’erano bandiere, sciarpe, striscioni, un’atmosfera magica, un calore indescrivibile. Una cosa incredibile. Vincemmo 3-2, segnai anch’io, su rigore, e la promozione diventò matematica. Vincere è sempre bello, ma vincere a Messina è favoloso. La festa promozione durò per tutta la notte. E poi proseguì, per settimane. Il Messina non andava in B da tanti anni e l’impresa fu celebrata adeguatamente.

In quella stagione, il Messina in casa colleziona il seguente score: 14 vittorie, 3 pareggi, zero sconfitte.
Al Celeste non si poteva perdere, noi riuscimmo a non perdere per quattro anni di fila. Al Celeste l’avversario partiva sotto 1-0 appena entrava. Anche se non ce la facevi, la gente ti spingeva e tiravi fuori energie che non credevi di possedere. Oggi non esiste uno stadio come il Celeste. Scherziamo? Non esiste. E poi c’era un ambiente unico. Eravamo tutti amici: calciatori e tifosi. I giocatori non stavano sul piedistallo. Per strada ci fermavano per discutere con noi e questo ci faceva piacere, parlavamo volentieri con i nostri tifosi, non eravamo dei divi, ma gente come loro. E con gran parte dei nostri sostenitori c’era grande amicizia, si usciva insieme, si andava a mangiare fuori. Era questa la nostra forza: un ambiente più che compatto. La gente ci vuole bene ancora oggi proprio per questo: in campo davamo il massimo per la squadra, fuori eravamo tutti amici. Poi i tempi sono cambiati: oggi non credo che sia possibile ricreare quel clima. Penso che neanche la squadra che è andata in serie A qualche anno fa sia stata amata quanto la nostra. Perché noi eravamo al livello dei tifosi, erano altri tempi, c’era più affetto. Poi sono arrivate le montagne di soldi, è arrivato il business, sono venuti a mancare i veri valori. Oggi tutto è più freddo. Allora, oltre ai calciatori, c’erano gli uomini. C’erano dei ragazzi normali che giocavano per i tifosi, non per i soldi. Attenzione, non voglio fare il moralista, anche noi guadagnavamo, il calciatore deve pensare anche ai soldi. Ma giocare per la gioia della gente è la cosa più bella che c’è.

Un grande ambiente, una grande squadra.
Fantastica. Non avevamo punti deboli, la nostra forza era il collettivo. E poi c’erano grandi calciatori. Da Caccia a Schillaci, da Napoli a Bellopede, ma dovrei nominarli tutti perché ognuno diede un significativo contributo. Tutti insieme abbiamo costruito qualcosa di fantastico, togliendoci soddisfazioni enormi.

Anche in quella bellissima stagione giochi sempre (in campionato 34 presenze su 34) e segni tanto, confermandoti capocannoniere della squadra (13 gol) e un grande leader di quella formazione.
Partecipavo alla fase offensiva ancora di più dell’anno prima. C’ero in tutte le azioni d’attacco e come sempre calciavo rigori e punizioni. Non ero il leader assoluto, ero uno dei leader, gli altri erano Caccia, Bellopede e anche Romolo Rossi. Eravamo noi a tenere tutto unito, a convocare le riunioni, a distribuire i biglietti omaggio ai compagni per amici e parenti. Gestivamo tutto noi e le cose sono andate sempre bene, eravamo quasi sempre d’accordo su tutto. Ovviamente ogni tanto si litigava, poi tutto si ricomponeva.

Quella è anche la stagione del tuo memorabile gol realizzato contro il Monopoli (6-0 il risultato finale).
Grazie a quel gol ho vinto un divano letto, in palio per chi segnava il più bel gol dell’anno. Ricordo ancora la cronaca di Mino Licordari: “Catalano, Catalano, Catalano, Caaaataaaalaaaano, goooooool!” Quello è uno di quei gol che puoi fare solo se stai bene fisicamente e mentalmente. Ce l’ho impresso nella memoria: prendo palla prima del centrocampo, salto tutti gli avversari che mi si presentano davanti, compreso il portiere, e la butto dentro. Una rete simile a quella realizzata da Maradona ai Mondiali contro l’Inghilterra. A Messina, tra chi ha vissuto quei tempi, nessuno si è dimenticato di quel gol.

Il più bello della tua carriera?
Penso di si. Di gol belli ne ho fatti anche altri, ma quello credo sia proprio il più bello.

ALLE PORTE DEL PARADISO: IL SOGNO INFRANTO

Ed eccoci arrivati al campionato di serie B 1986-87.
Volevamo far bene, ma l’obiettivo era semplicemente la salvezza. Il Messina tornava in B dopo 23 anni, doveva essere una stagione di assestamento. Ma andammo oltre le aspettative. Il nostro fu un campionato bellissimo. Siamo riusciti ad esprimere un grande gioco, l’ossatura della squadra era rimasta immutata ed erano arrivati alcuni giocatori di categoria, gente che aveva già giocato in B come Gobbo e Mossini. Non c’era bisogno di inserire fenomeni in quel gruppo, ma buoni calciatori, umili, che sapevano sacrificarsi per la squadra.
catalano3Fino a sei giornate dalla fine del campionato eravamo in corsa per la promozione in serie A…

Poi cosa accadde?
Mancavano sei partite: quattro in casa e due fuori. In A salivano solo tre squadre, era difficile ma, a quel punto, ci credevamo fortemente. Lo so cosa dicono molti a Messina: “si sono venduti le partite”. È quello che si dice sempre, in ogni piazza, quando si verificano casi del genere. Ma non è assolutamente vero.

Qual è, allora, la verità?
La verità è che noi venivamo dalla C e avevamo lottato con tutte le nostre forze per vincere quel campionato. Andare in A sarebbe stato grandioso, per tutti. Quella squadra era partita da lontano, un paio d’anni prima era in C2: avete idea di cosa avrebbe rappresentato la promozione in massima serie? Al di là della gioia e della soddisfazione che ci avrebbe dato, avremmo guadagnato tre, quattro, cinque volte di più…altro che vendere le partite! Ma purtroppo gli eventi ci penalizzarono.

Quali eventi?
Purtroppo, in quel periodo, Scoglio stava sostenendo il corso indispensabile per poter allenare in A e B. E, durante la parte finale della stagione, fu obbligato a partecipare ad uno stage, in Russia. Doveva andarci per forza, e noi restammo senza la nostra guida. Quando in classe manca il professore, anche gli alunni più bravi, inconsapevolmente, si lasciano un po’ andare. Noi, fisicamente e mentalmente, abbiamo perso quella carica che ci ha sempre contraddistinto e siamo crollati, non ce la facevamo proprio, eravamo scarichi. Ci abbiamo provato, ma non ce l’abbiamo fatta.
Però voglio puntualizzare una cosa: in quella stagione abbiamo comunque raggiunto un risultato straordinario, roba grossa. Venivamo dalla C e abbiamo lottato a lungo con le grandi per la promozione. Poi capisco che si tende a ricordare sempre l’ultima parte di quel campionato, quella negativa. Lo so, è anche per colpa nostra.

Ripercorriamo la tua stagione, partendo ancora dalle statistiche: in quel campionato giochi 37 partite su 38 ma segni meno del solito, 5 gol.
La B era una categoria impegnativa. E, ribadisco, la nostra forza era il gioco corale. Ricordo che il nostro capocannoniere in quella stagione fu Napoli, un difensore, che segnò 6 reti. Ci mancava un vero bomber. Col senno di poi è sempre facile parlare, ma credo che se avessimo avuto un vero goleador, un attaccante di esperienza che la buttava dentro, sarebbe andata diversamente…ma Massimino non aveva tanti soldi da spendere e non sempre si possono fare miracoli.

Ricordi il tuo primo gol in B?
Certamente. In casa contro il Cesena (3-1 il risultato finale). Calcio una punizione laterale, sotto la curva Nord, dal limite dell’area. Io tiravo sempre forte verso porta, cercando magari anche una deviazione di un compagno. Anche allora fu così, una sorta di tiro-cross, la palla è entrata sul palo lontano.

È vero che in quella stagione segni meno reti del solito, ma sono tutti gol pesanti.
Ricordo bene anche quello realizzato al Celeste contro il Taranto. Stavamo 1-1, il Taranto aveva pareggiato nei minuti finali. Al 90’ c’è una punizione per noi, sulla trequarti. Ho iniziato a gridare: “Non la buttate in mezzo, datela a me”. Mi faccio consegnare la palla, punto l’area di rigore, dribblo il primo, finto il tiro con il destro, i difensori si fermano, calcio di sinistro, pallone sul palo opposto rispetto alla mia posizione, gol. È venuto giù lo stadio. Sono andato verso la panchina, il primo a venirmi incontro è stato Ciccio Currò, mi ha travolto.
Poi ricordo anche un altro gol, perché ci fu un episodio curioso.

Raccontacelo.
Si giocava Messina-Parma. Scoglio era squalificato, perse un po’ di tempo prima di raggiungere la tribuna. Quando arrivò al suo posto, il Parma era già in vantaggio: era andato in gol Fontolan al primo minuto. Appena Scoglio si siede, io segno l’1-1, al 2’ minuto. Scoglio non sapeva che i nostri avversari erano passati in vantaggio. Per un po’ pensò che stavamo vincendo noi. Poi, qualcuno gli disse: “Mister, quello di Catalano è stato il gol dell’1-1” e ci restò malissimo.

I PERCHE’ DELL’ADDIO E IL BILANCIO DI UNA GRANDE AVVENTURA

Passiamo alla tua ultima stagione in giallorosso. Campionato di serie B 1987-88. Torni in doppia cifra: 10 gol in 37 presenze.
Avevo preso confidenza con la categoria e, in termini di reti realizzate, andò meglio dell’anno precedente. Ma la stagione fu notevolmente meno esaltante. Alcuni dei protagonisti delle ultime splendide annate erano andati via. Romolo Rossi aveva cambiato squadra, Franco Caccia aveva avuto un grave incidente con il motorino e non poté più far parte di quel gruppo. Il ridimensionamento fu totale, furono ingaggiati solo giovani calciatori. Io avevo anche pensato di andar via, ma era rimasto Scoglio, dunque anch’io decisi di rimanere. L’obiettivo dichiarato era la salvezza. Io avevo anche un po’ di paura: non ero certo che saremmo stati in grado di raggiungere quell’obiettivo. Invece partimmo in sordina e ci salvammo senza alcuna difficoltà, riuscendo anche a toglierci qualche bella soddisfazione.

Finito quel campionato, termina anche la tua avventura a Messina.
Mi è dispiaciuto dovere andar via, ma non c’erano più i presupposti per rimanere. La società barcollava, c’era una brutta aria, di lì a poco infatti il Messina sarebbe stato radiato dai campionato professionistici. Anche Scoglio andò via e finì quel bellissimo ciclo.

Il bilancio messinese di Catalano recita così: in quattro anni, 142 presenze e 40 gol in campionato più 27 presenze e 7 reti in Coppa Italia.
La media di gol 10 a campionato, niente male. A quell’epoca pochissimi centrocampisti avanzati segnavano tanto.

Ci sarebbe qualcosa da aggiungere sulle presenze: 34 su 34 nei primi due anni, 37 su 38 negli altri due. E giocavi sempre anche in Coppa Italia. Come facevi?
Intanto, non ho mai avuto infortuni. Ho saltato quelle due partite di campionato per squalifica, mai derivante da espulsione. E poi era un calcio diverso, non era il calcio di oggi. Oggi si giocano tante partite, anche a breve distanza, e ci si allena poco. Noi giocavamo una volta a settimana e ci allenavamo alla grande. Con Scoglio dovevi allenarti. Se non ti allenavi non giocavi. A me in pochissime occasioni è capitato di non avere voglia di allenarmi. In quei casi lo dicevo chiaramente a Scoglio. E lui mi rispondeva: “Va bene, hai ragione Peppe”. Sapeva che ero sincero e che in campo davo sempre e comunque il massimo, anche per lui. Ma allora senza allenamento non si andava avanti. Solo noi e pochi altri praticavamo la zona, gli altri giocavano a uomo. Ma a uomo nel senso che ti mettevano uno addosso che ti seguiva anche se andavi a bere, non ti lasciavano mezzo metro. Se non eri in forma, venivi cancellato dalla partita.

“SCOGLIO? IL PIU’ GRANDE DELLA SUA EPOCA. MASSIMINO? UN PO’ TIRCHIO, MA PUNTUALISSIMO”

Qualcosa sull’argomento l’hai già accennata, ma immagino che tu abbia qualcosa in più da dire sull’unico allenatore che hai avuto a Messina: Franco Scoglio.
È bello pensare a lui e parlare di lui. È triste non averlo più qui con noi. E mi dispiace vedere che in tanti lo hanno dimenticato. Ricordo che, in occasione del primo anniversario della sua morte, io e tanti altri suoi amici siamo andati a Lipari per una manifestazione in suo onore. Allora si diceva che gli avrebbero intitolato il porto. A Messina dicevano che lo stadio San Filippo avrebbe portato il suo nome. E adesso? Com’è finita? In troppi si sono dimenticati di lui. Io non lo dimenticherò mai. E, nel mio piccolo, io faccio qualcosa per onorarne la memoria: nell’impianto sportivo che ospita la mia scuola calcio organizzo ogni anno il torneo Franco Scoglio. Un torneo di calcetto, otto squadre, niente di eccezionale. Semplicemente un mio piccolo tributo.

Raccontaci del vostro legame umano e professionale.
Il nostro rapporto è iniziato malissimo. Era il 1983, io giocavo nell’Akragas, Scoglio arrivò in panchina dopo la prima di campionato. Noi eravamo abituati ad un certo tipo di allenamento, non particolarmente pesante. E i risultati erano arrivati ugualmente. Con Scoglio, invece, si lavorava duramente sia di mattina che di pomeriggio, ci faceva “ammazzare”. Per la fatica, molti di noi, Romolo Rossi compreso, vomitavano durante gli allenamenti. Noi calciatori non ce la facevamo a sostenere quei ritmi, volevamo ribellarci. A dirla tutta, volevamo che se ne andasse subito. A lui giunse la voce che io volevo “farlo fuori”. Dieci giorni dopo il suo arrivo ero fuori squadra. Mi mandò a casa senza darmi spiegazioni. Ad Agrigento avevo fatto bene, avevo vinto un campionato, ero stimato ed apprezzato da tutti. Dopo 15 giorni, la tifoseria è insorta. Hanno anche affisso i manifesti in città per protestare contro la decisione di Scoglio. Lui, allora, fu costretto a tornare sui propri passi e mi richiamò. Alla prima gara giocata dalla squadra dopo il mio reintegro, andai in panchina. Nella partita successiva ero titolare. E titolare, con Scoglio, sarei rimasto ininterrottamente per cinque anni, quattro dei quali trascorsi a Messina. Fu allora che iniziammo a gettare le basi per un legame che poi sarebbe diventato profondissimo. Qualche anno dopo il binomio Catalano-Scoglio sarebbe stato inscindibile. scoglio_franco
Il nostro era un rapporto vero, da uomini, da persone di carattere. Un rapporto fatto anche di litigi e incazzature, come tutti i rapporti veri. Si può sbagliare, si può litigare, poi ci si chiarisce e, in campo, si torna insieme. Io per lui “davo il sedere”, sempre. E lui per me ha sempre fatto tanto, mi ha insegnato moltissimo. Quando ci siamo conosciuti vivevo un momento delicato. Avevo esordito in A a 20 anni, collezionando tre presenze con la Pistoiese in cui giocava anche Marcello Lippi. Nei quattro anni successivi avevo giocato in C e non sapevo se ero in grado di riconquistare palcoscenici prestigiosi. Invece, grazie a Franco Scoglio, sono ripartito. Sono rinato. È grazie a lui se sono tornato in serie A. E, soprattutto, è grazie a lui che ho potuto vivere una favola a Messina. Fui, insieme a Romolo, il primo acquisto del suo Messina. E da lì partì quella bellissima avventura.
Scoglio era un fenomeno, era avanti, le sue squadre si allenavano con metodi che oggi sono attuali. Franco Scoglio è stato il più grande allenatore della sua epoca. Lo ha fregato il carattere, estroverso, esuberante, particolare. Tanto per dirne una, lui non viaggiava mai con la squadra, lui si spostava in macchina. Ma in quel modo ci dimostrava anche fiducia, ci responsabilizzava. In molti non lo hanno capito, forse proprio perché era troppo avanti. Io come allenatore ho avuto Rino Marchesi che ha guidato anche la Juventus. Marchesi era un buon tecnico, era equilibrato, un gran signore. Ma se faccio un paragone tra gli allenatori, per me non c’è storia a favore di Scoglio. Ma Scoglio era strano, per me era grande nelle sue stranezze. Nel calcio, però, ci sono le etichette e lui aveva la sua: “quello è pazzo” pensavano i grandi club. Franco Scoglio avrebbe meritato di allenare l’Inter, la Juventus, il Milan, non solo il Genoa e l’Udinese.

Salvatore Massimino, invece, che tipo di presidente era?
Un po’ tirchio, un po’ tirato. Ma puntualissimo nei pagamenti, un orologio svizzero, ogni 27 del mese arrivava lo stipendio. E poi era un personaggio unico: sempre con la cravatta rossa, diceva che portava fortuna. Era molto scaramantico: prima della partita doveva sempre spargere personalmente del sale sul terreno di gioco.
Anche con lui ho avuto un rapporto splendido. Lui diceva di me: “Con Catalano non si può parlare solo a luglio”. Luglio era il mese in cui si discuteva di contratti, magari io chiedevo qualcosina in più, Massimino andava sempre al ribasso. Poi trovavamo l’accordo. Solo in un’occasione fu un po’ più complicato, e non solo per me.

Quando?

Era la stagione 85/86, quella della promozione dalla C1 alla B. Il giorno prima della gara d’esordio stagionale, contro la Roma in Coppa Italia, scoppia un putiferio. Ancora nessuno aveva firmato il contratto e non c’erano i presupposti per un accordo. Noi volevamo i premi in caso di promozione, Massimino non era d’accordo. Ci incontrammo in albergo, la trattativa fu lunghissima. Minacciammo di non scendere in campo contro la Roma. Scoglio, spazientito, ad un certo punto andò via. Noi calciatori continuammo a contrattare con il presidente fino alle 5 del mattino. Dopo ore ed ore di discussione, arrivò l’accordo. L’indomani andammo in campo contro la Roma e vincemmo per 1-0, gol di Orati. (La Roma poi vincerà quell’edizione della Coppa Italia).

L’UDINESE, LA PRIMA DA EX, E LA SERIE A “NEGATA”

Parliamo un po’ delle esperienze successive ai quattro anni messinesi. Abbandonato lo Stretto, ti trasferisci ad Udine.
E Massimino, che ci sapeva fare, riesce a guadagnare, grazie alla mia cessione, un miliardo e duecento milioni di lire. L’Udinese aveva una grande squadra. C’erano, tra gli altri, anche calciatori del calibro di Balbo, Sensini, Garella. C’era un grande pubblico, 15.000 abbonati, tanto entusiasmo ed obiettivi ambiziosi. Riuscimmo a centrare la promozione in serie A, io giocai sempre, la mia fu una bellissima stagione (33 presenze e 4 gol). Ma Udine non era Messina. Messina è una città calda, passionale. Anche ad Udine si stava bene ma non era la stessa cosa: lì nessuno ti fermava per strada, anche se ti riconoscevano. C’era un ambiente più freddo, meno coinvolgimento, meno partecipazione da parte della città.

L’11 dicembre 1988, alla 14esima giornata, affronti il Messina per la prima volta da ex.
E vince l’Udinese per 5-1. Io segno il gol del 2-0 e, come ho anticipato, esulto. Ribadisco: per un calciatore il gol è la cosa più bella ed è giusto esultare, il rispetto si manifesta in altri modi.

Al ritorno, al Celeste, Messina – Udinese finisce 0-0. Che accoglienza ricevesti?
Splendida. Ad Agrigento, quando ero tornato da avversario, mi avevano preso a fischi e “maleparole”. A Messina sono stato osannato, ed era così ogni volta che tornavo. In quell’occasione, prima di iniziare a giocare, ho fatto il giro del campo per salutare tutti i tifosi. Poi, in campo, la mia è stata una bruttissima partita; in carriera le prestazioni peggiori le ho fatte a Messina, da avversario. Era difficilissimo, per me, giocare in quello stadio, contro quei colori, dopo tutto quello che avevo provato, vissuto, vinto.

Con l’Udinese torni in A, guadagnando sul campo una nuova opportunità in massima serie dopo le tre presenze collezionate con la Pistoiese nove anni prima. Ma ti va male: 4 presenze e poi, ben presto, l’addio. Perché?
Perché è arrivata l’epoca degli stranieri. Ogni squadra poteva averne tre, ed erano quasi sempre attaccanti o mezze punte. L’Udinese ingaggiò Ricardo Gallego dal Real Madrid: era il capitano della Spagna. C’è Gallego, può giocare Catalano? Io, in quel momento, ero più forte di lui. Lui aveva 32 anni, era un po’ scarico; io ero in forma, nel pieno della mia carriera e venivo da stagioni esaltanti. Ma lui era Gallego. Mi piace la competizione, ma quella non era competizione. Sono rimasto fino a Novembre. Poi sono tornato in B, alla Triestina. Non mi interessava la categoria, mi dicevo: “Io sono Catalano, devo giocare”. A Trieste ci siamo salvati. Io ho segnato 7 gol arrivando a campionato in corso, sono stato il catalano4capocannoniere della squadra, tra l’altro sbagliando anche un paio di rigori.

UN CUORE MESSINESE DALL’ALTRA PARTE DELLO STRETTO

Nel campionato successivo (stagione '90-91) il trasferimento a Reggio Calabria. Catalano alla Reggina, strano a dirsi.
Se potessi cancellare un anno della mia vita, cancellerei quello, senza dubbio. Catalano non poteva mai giocare nella Reggina. Ed io lo sapevo. Stavo a Reggio e andavo a Messina, dai miei amici messinesi. Avevo problemi con la dirigenza, gli ultimi due mesi sono stato fuori rosa, poi ho fatto ricorso ad un avvocato, sono stato in causa , ho chiesto il risarcimento danni. Meglio dimenticarlo quell’anno. Voglio credere di non aver mai giocato nella Reggina.

Prima di dimenticarlo, un ultimo accenno a quella stagione. All'andata, al Celeste, non sei in campo, il Messina vince 1-0. Al ritorno giochi dal primo minuto, con la maglia numero 10 della Reggina che vince 1-0: gol di Scienza a 10 minuti dal termine. Sensazioni?
Bruttissime. È successo un casino. La sera prima della partita mi vengono a fare visita, in ritiro, gli ultras della Reggina. Mi dicono: “Tu sei messinese dentro e lo sappiamo. Ma domani vogliamo vedere che uomo sei”. E mi chiedono di dimostrarlo in maniera molto particolare. L’indomani avrebbero esposto ai piedi della curva una gigantesca maglia del Messina e io l’avrei dovuta incendiare! Io ho risposto: “Sono un giocatore della Reggina, do e darò il massimo per la Reggina. Ma non rinnego il mio passato”. Il giorno dopo sapevo di dover dimostrare che ero un vero professionista. Eravamo in zona retrocessione, ci serviva la vittoria a tutti i costi. E vincemmo. Io giocai una discreta partita, una delle migliori contro il Messina. C’erano tanti tifosi del Messina: per me non arrivò neppure un fischio.
Qualcosa di buono riuscii a farla vedere anche in quella stagione: ricordo un gol, segnato contro la Lucchese di Orrico, molto simile a quello di Messina – Monopoli.
A Reggio non avevano grande simpatia per me. E poi per colpa mia non potevano più cantare un coro contro il Messina in cui nominavano me e Schillaci.

“IO ERO UN LEADER. SCHILLACI MI HA DELUSO”

A proposito, Catalano e Schillaci sono stati i principali simboli del Messina dei tuoi tempi?
Allora io ero uno dei simboli del Messina, lui no. All’epoca i leader di quella squadra eravamo io, Bellopede, Caccia. Oggi, nei ricordi di qualcuno, quello è il Messina di Schillaci. Perché Schillaci ha fatto quello che ha fatto dopo essere andato via da Messina. Quello, invece, è stato il Messina di Scoglio, Catalano, Caccia, Bellopede, Napoli, Rossi, e poi anche di Schillaci.

C’è un po’ di amarezza in queste parole?
No, è solo quello che penso. Ho provato amarezza quando, una decina d’anni fa, ho chiesto a Totò di inaugurare la scuola calcio che ho aperto ad Agrigento. Mi ha chiesto soldi, gli ho detto: “Grazie lo stesso, non ti scomodare”. Ma dico: hai avuto successo anche grazie a me e agli altri, siamo stati amici, abbiamo vissuto tante esperienze comuni…e mi chiedi i soldi? È giusto chiedere soldi per fare pubblicità, ma agli altri, non a me. Lasciamo perdere, è stata una grossa delusione.

LE SCELTE DI VITA A FINE CARRIERA: IL DOPPIO RITORNO AD AGRIGENTO E A MESSINA TRA ORGOGLIO E DELUSIONE

Torniamo al calcio giocato, ai tuoi ultimi anni di carriera: nel 92-93 torni all'Akragas, con cui disputi due campionati di C2.
Quando sono arrivato, abbiamo subito vinto il campionato Interregionale e siamo andati in C2, dove siamo rimasti per due stagioni. Al secondo anno di C2 la squadra ha lottato a lungo per la promozione in C1, senza prendere una lira. Prima dell’ultima partita è fallita la società.
Ma quella è stata una scelta di vita, avevo sposato una ragazza di Agrigento, lì c’erano i miei figli. Ho tre figli maschi: Mauro, Gabriele e Giorgio. Nessuno di loro fa il calciatore. I giovani di oggi non hanno solo il calcio in testa, come me e molti dei miei compagni di Messina.

A Messina ci ritorni nel campionato di serie D 96-97. Da giocatore della Peloro.
Ah, bella questa, ho vissuto una storia pazzesca. Ero al Milazzo, in panchina c’era Zampollini, grande allenatore, uno dei più grandi allenatori siciliani. Un giorno mi chiama Ciccio La Rosa, direttore sportivo della Peloro. Mi chiede un parere su un giocatore del Milazzo che voleva ingaggiare. Io gli dico: “Prendi me”. E lui: “No, tu sei vecchio”. Insisto: “Ciccio, prendi me, fidati”. Ma lui niente. Al Milazzo ho iniziato a fare sfracelli, ero tornato giovane. Al giocatore che aveva preso la Peloro non era andata bene. Così a novembre Ciccio La Rosa mi richiama e mi dice: “Vuoi venire a giocare da noi?”. Tornare a Messina: non potevo dire di no, anche se a Milazzo stavo bene e i tifosi presero malissimo il mio addio.

L’esperienza da calciatore della Peloro come è andata?
Inizialmente benissimo. Segno un gran gol alla prima partita, a Rossano Calabro. E inizio a giocare bene. L’allenatore era De Gennaro, di cui ero amico. Dopo un po’ venne mandato via e mi chiesero un consiglio sul tecnico a cui rivolgersi. Io consigliai Piero Mosti, ex calciatore di serie A e B che avevo avuto, da allenatore, all’Akragas, in C2.  Mosti arriva a Gennaio, con lui riusciamo ad avvicinarci alle posizioni di vertice della classifica, non troppo distanti da Crotone e Locri. Con il Crotone vincemmo 3-0 in casa, davanti a quasi 10.000 persone. A Locri arrivò, invece, una sconfitta che ci tagliò le gambe.
Non ce l’avevamo fatto ma la stagione era stata positiva. Ero certo che avrebbero riconfermato Mosti e anche me. Invece come allenatore fu scelto Ruisi. Io, inizialmente, non fui chiamato. Tramite il mio amico Filippo Ricciardi, provo ad informarmi sul perché non mi avessero confermato. Mi mandano a dire: “Vieni in ritiro, vediamo come stai”. Ma non mi volevano, pensavano che non ce l’avrei fatta a sostenere un ritiro e che avrebbero trovato il miglior motivo per liberarsi di me. Io in ritiro ci andai lo stesso. E mi impegnai come non mai. Nelle ripetute sui 1.000 metri ero il primo, non mi era mai capitato, neanche nell’84. Non avrei mai potuto dare a nessuno la soddisfazione di umiliarmi, a costo di morire. Faticavo tantissimo, ma andavo avanti. Finchè un giorno non arriva l’amichevole con il Castrovillari. Commetto un fallo su Gigi Marulla, che conoscevo da tempo, e mi avvicino per chiedere scusa. Gli avversari battono subito la punizione e segnano. A quel punto Ruisi, dalla panchina, inizia a gridare come un pazzo, ad insultarmi, ad urlare parolacce, una vergogna. Mi sono levato la maglia, ho detto “vaffanculo a tutti” e me ne sono andato. Ruisi voleva che gli chiedessi scusa. Non scherziamo, quella sceneggiata per un gol subito in amichevole. Semmai era lui a doversi scusare con me. Ed è finita così la mia ultima avventura a Messina.

L’ultima da calciatore, perché poi c’è quella da allenatore delle giovanili.
Vero! Tutto nasce da una telefonata di Filippo Ricciardi, un numero uno, cacciato dai Franza dopo 50 anni che stava lì, spesso rimettendoci soldi. Dicevo, mi chiama Ricciardi, era con Gigi Pavarese, il direttore sportivo scelto dai Franza, appena arrivati. Pavarese aveva chiesto a Ricciardi: “Secondo te chi è stato il più grande giocatore del Messina?”. Il dottore aveva risposto: “Schillaci”. E Pavarese, a sua volta: “Sbagli, è stato Catalano”. Dopo questo scambio di opinioni tra loro, Ricciardi mi chiamò immediatamente, mi raccontò questa storia e mi passò Pavarese. Il d.s. del Messina mi propose di diventare allenatore di una formazione giovanile. Dissi immediatamente di si, due giorni dopo ero l’allenatore degli allievi nazionali del Messina. Tutto era ben organizzato, stavamo costruendo qualcosa di buono, si poteva ancora migliorare tanto. I miei ragazzi giocavano bene. Con Oddo, allenatore della prima squadra, c’era grande sintonia, a lui piaceva che il suo Messina affrontasse, il giovedì in amichevole, la mia squadra. Oddo aveva fiducia in me, mi apprezzava come allenatore. A due mesi circa dalla fine del campionato Oddo mi chiama e mi propone di entrare a far parte del suo staff, nella stagione successiva, come allenatore in seconda. Ovviamente accetto: sarebbe stato bellissimo, un onore. Purtroppo, però, Oddo poco dopo fu esonerato. Neppure io fui confermato, perché i Franza ritenevano che io fossi un “uomo di Oddo”. Rispettavo moltissimo Oddo, ma io non sono uomo di nessuno.

MESSINA IERI E OGGI: PARERI, IMMAGINI, RICORDI

Oggi, Messina cosa rappresenta per te?
Ho ancora tanti amici, e da Messina passo almeno un paio di volte l’anno. A Pasqua sono tornato. C’è tanta gente a cui voglio bene: il mio “compare di matrimonio” Jimmy Bonsignore, Filippo Ricciardi, Ciccio Manzo, Ciccio Currò e tante altre care persone. Tutte persone che, anche se non ci vediamo per anni, quando vengo a Messina mi aprono le loro porte ed il rapporto è quello, splendido, di sempre. Ci vogliamo bene anche se non ci vediamo per anni. Questa è la grandezza degli amici di Messina.
I tifosi messinesi, poi, sono i numeri uno: ancora oggi venire a Messina per me è una festa. Appena arrivo alla Caronte, in tanti mi riconoscono, mi salutano, mi parlano. Anche i giovani, che mi conoscono solo attraverso i racconti dei genitori, degli adulti, mi fermano per scambiare due chiacchiere. Messina è splendida.

Siamo in chiusura, qualche curiosità legata ai tuoi anni messinesi. L'Acr Messina 1986/87
Il compagno più forte?
Totò Schillaci, come giocatore non si discute. Poi Caccia.

Più sottovalutato?
Venditelli, un gran calciatore.

Il più simpatico?
Ero io…no, scherzo. Il più simpatico è Romolo Rossi. Su Romolo voglio dire una cosa. Lui è rimasto a Messina, vive a Messina, è un messinese che ha fatto tanto per il Messina. Tutte le società del mondo, al posto del Messina, avrebbero dato spazio ad uno come lui. Avrebbe meritato un compito, un ruolo, un incarico in una squadra messinese. E invece niente, porca miseria! Non è giusto.

Il calciatore con cui hai avuto il miglior rapporto umano?
Sempre Romolo. Siamo cresciuti insieme, abbiamo giocato uno accanto all’altro per sette anni: due a Potenza, due ad Agrigento, tre a Messina.
Un altro con cui ho avuto un magnifico rapporto è Marco De Simone.
Oggi mi sento ancora e mi vedo spesso soltanto con tre compagni che ho avuto all’Akragas: De Brasi, Ritrovato e Nevio Orlandi, l’ex allenatore della Reggina.

L'immagine più bella dei tuoi quattro anni a Messina?
Il giorno della promozione in C1, ricordo le emozioni che provai nel sottopassaggio e quello spettacolo che mi ritrovai davanti: il Celeste strapieno, non so quanta gente c’era, sembravano 30.000.

Il ricordo più brutto?
Il mio addio al Messina. Non volevo andare via, ma l’Udinese mi aveva fatto una buona offerta. Ho detto a Massimino: “Alle stesse cifre, anche con qualcosa in meno, resto a Messina”. Ma non ci fu niente da fare.

La partita più bella di un tuo Messina?
A Benevento, sempre nell’anno della promozione in B. Non sarà stata la più bella, ma è la partita che più mi ha emozionato. L’esodo dei tifosi, la serie B sempre più vicina, un’esaltazione generale.

La gara più brutta?
A Modena, in serie B. Altro esodo, stavolta sfortunato. Era il nostro primo anno di B. Se avessimo vinto, avremmo ancora conservato la speranza di raggiungere la serie A. Pareggiammo e crollarono i sogni nostri e di tutte quelle persone che ci avevano seguito fin lì.

C’è qualche altro episodio particolare che non hai raccontato.
Quando penso alle cose strane mi viene sempre in mente Ciccio Currò. Lui era “malato” per il Messina. Ad esempio, diceva che andava a letto con le donne solo quando vincevamo. Noi per questo lo prendevamo spesso in giro: “Allora, Ciccio, d’estate digiuni completamente?”. Se perdevamo: “Pazienza, Ciccio, resisti. Speriamo di farcela domenica prossima”. E quando vincevamo con frequenza: “Bravo Ciccio, per ora ti stai rifacendo alla grande”. La verità è che a lui bastava che il Messina vincesse per essere contento, al di là di tutto il resto. Che bella persona Ciccio Currò! Gli mando un abbraccio forte.

Segui sempre le vicende che riguardano il Messina? Sapere che oggi è in serie D che effetto fa?
Mi informo, ma non conosco i recenti fatti nei dettagli. So che ultimamente c’è stato qualche casino. Spero che le cose, in futuro, possano andare per il verso giusto. È un dispiacere vedere il Messina così in basso. E venire a sapere che, in alcuni momenti, i tifosi non sono andati allo stadio. I tifosi hanno sempre ragione. Se non vanno allo stadio, se non ci va uno come Nino Martorana, vuol dire che qualcosa sta andando storto.

Grazie Peppe, è stato un piacere. A te la chiusura di questa intervista.
Grazie a 98cento che mi ha dato la possibilità di parlare, raccontare, rivivere dei momenti intensi ed emozionanti. Per me è stato bello ricordare tutte le esperienze, positive e negative, vissute a Messina e non solo. I ricordi servono sempre, fanno bene.

Voglio ribadire che, tra le piazze in cui ho giocato, per me Messina è al primo posto. Numero uno come città e come tifo. La gioia e le soddisfazioni che mi ha regalato Messina non le ho provate da nessun’altra parte. Grazie a tutti i tifosi, non posso fare i nomi di tutti i messinesi a cui ho voluto e voglio bene. A Messina ho capito cosa vuol dire avere davvero il dodicesimo uomo in campo. Ancora grazie a tutti per quello che mi hanno dato. Lo dico con gratitudine e sincerità: ho 50 anni, non mi interessa dire cose che non penso per accattivarmi la simpatia di qualcuno. Anzi, aggiungo, a Messina c’è anche chi non merita nè auguri nè saluti, una minima parte. A tutti gli altri auguro le migliori fortune. Il Messina è sempre nel mio cuore. E spero di essere rimasto nel cuore di tanti messinesi.


Le foto pubblicate appartengono all'archivio personale del presidente di Gioventù Giallorossa Nino Martorana. 98cento ringrazia per la gentile concessione.

 
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