Di Davide Manzo
GLI INDIMENTICABILI
Dialoghi con i protagonisti della storia del calcio messinese
Quinta puntata – Manitta
EMANUELE MANITTA: IL PORTIERE PERBENE PAR(L)A FUORI DAL CORO
Sei anni e mezzo a Messina. Da giovane di belle speranze a numero uno più presente di sempre in giallorosso. Tra addii e ritorni, imprese e delusioni, gioie e rimpianti. Storia di un ragazzo modesto e sensibile alle prese con le contraddizioni e le anomalie del mondo del calcio. Emanuele Manitta anche oggi preferisce andare controcorrente: medita il ritiro a soli 32 anni, difende i Franza, attacca i contestatori. E coglie l’occasione per togliersi tanti sassolini dalla scarpa.
Stagione 1996/97. Il calcio a Messina è, da qualche tempo, precipitato nell’inferno dei dilettanti. L’As Messina, prima squadra cittadina, non è riuscita, negli anni precedenti, a centrare l’auspicato ritorno nel calcio professionistico. E ai nastri di partenza del Cnd, il campionato nazionale dilettanti, ci sono adesso due formazioni messinesi. Una è la Peloro, società fresca di promozione dal torneo di Eccellenza. In questo contesto, nuovo e particolare, inizia la sua avventura a Messina Emanuele Manitta, portiere che contribuirà alla poderosa scalata. E si farà apprezzare non solo per le sue prestazioni ma anche per il suo carattere. Garbato, schivo, modesto, socievole. Diventerà il numero uno più presente di sempre in giallorosso. Contribuirà a promozioni e imprese. Perderà qualche treno, come quello sfavillante della serie A. Ma tornerà a più riprese, ogni volta che se ne presenterà la possibilità, a vestire la “sua” maglia, la maglia del Messina.
IL “GIOVANE DI BELLE SPERANZE”, LA PELORO E LA CAOTICA MESSINA
Emanuele, sono passati più di 13 anni dal tuo arrivo a Messina.
Era il 1996, avevo 19 anni, arrivavo con l’etichetta di “giovane di belle speranze”. Ero un ragazzino, avevo grande determinazione e la voglia di “farmi un nome”. Ero approdato alla Peloro: Messina era la piazza ideale per provare ad affermarmi. La società aveva tutto per crescere: il presidente Aliotta alla guida affiancato da Ciccio La Rosa, tanto entusiasmo, competenza, e l’obiettivo preciso di far rinascere il calcio messinese.
Al primo tentativo, però, non va benissimo. La squadra chiude la stagione al sesto posto.
Eravamo partiti per vincere. Ma non tutto andò per il meglio. Ricordo che da luglio a novembre arrivarono una quarantina di giocatori. Provammo ad inserirci nella lotta per il primo posto ma non eravamo ancora pronti.
Anche perché dalla vostra parte non c’era ancora la tifoseria.
La tifoseria era tutta per l’As, ma non completamente contro di noi. Era nell’aria che il rilancio del calcio messinese poteva passare solo dalla Peloro. Io ne ero profondamente convinto, tanto che non esitai un istante a rimanere anche nella stagione successiva.
Cosa scopri di Messina al tuo primo anno in giallorosso?
Il primo impatto con la città non fu positivo. La trovavo troppo caotica. Per strada sempre un gran casino: il modo di guidare dei messinesi, il suono dei clacson, le buche. Poi, con il passare del tempo, mi sono ambientato. Anzi, più che altro, ho imparato a conoscere i ritmi della città. E ho iniziato ad apprezzarla. Ho conosciuto tante belle persone, ho trovato tanti amici.
IL PRIMO SUCCESSO: LA CAVALCATA TRIONFALE VERSO IL PROFESSIONISMO
Finito l’ambientamento, si inizia a far sul serio. Perché, nel frattempo, nella stagione 1997/98, la Peloro è diventata il Football Club Messina e vuole riportare a tutti i costi il calcio cittadino tra i professionisti.
L’AS era retrocessa e poi fallita. Tutte le speranze e le ambizioni dei tifosi si erano concentrate su di noi. Le motivazioni erano raddoppiate, rappresentavamo la città. La gente iniziò a seguirci con tanto entusiasmo, il Celeste si riempiva ogni giornata di più. Allo stadio cominciarono a venire 7/8.000 persone a partita: numeri che in Cnd non si vedevano tutti i giorni.
Fu allora che iniziasti a conoscere davvero il “calore” del Celeste?
Ho in mente, in particolare, l’immagine di una partita: Messina-Milazzo 1-1, lo stadio era strapieno. Ma non mi colpì solo il numero degli spettatori, mi impressionò positivamente l’educazione del pubblico. Raramente capita di vedere uno stadio così composto. Si vedeva che la fame di calcio, nonostante il grande entusiasmo di quei tempi e la nota passione degli sportivi messinesi, portava i tifosi ad avere equilibrio ed educazione. Negli ultimi anni lo spirito della gente, a Messina, è stato diverso, è cambiato. Allora c’era voglia di crescere, le persone che ci seguivano erano più tolleranti, meno nervose. Con il passare degli anni, i messinesi sembrano essere diventati progressivamente sempre più “schifiati”…e abbiamo visto com’è andata a finire.
Parliamo di quella stagione, della promozione in C2, primo passo di una grande scalata. Fu una cavalcata trionfale, come testimoniano i numeri: su 34 partite, 21 vittorie, 11 pareggi e 2 sconfitte, di cui una a campionato già vinto.
La squadra era stata costruita per vincere, non per stravincere. C’era Ruisi in panchina, la nostra era una formazione davvero ben attrezzata, superiore rispetto alle concorrenti, anche se devo dire che nelle ultime partite il rendimento del Milazzo ci creò un po’ di apprensione. Quello era il Milazzo allenato da Pasquale Marino, che aveva tra gli altri anche Giorgio Corona, e nel finale di stagione riuscì ad inanellare una serie incredibile di 10 vittorie. Ma non bastò per fermare la nostra corsa.
Nella tua memoria ci sono anche immagini negative di quel campionato?
Non ho dimenticato la sconfitta che subimmo contro l’Igea Virtus, a Barcellona. Fu la prima e per me l’unica. Loro erano già tranquilli, a noi servivano i punti per avvicinarci ulteriormente alla promozione. Vinse l’Igea, e fin qui niente da dire, ci mancherebbe. Ma poi ci furono dei festeggiamenti esagerati, ingiustificati. E nei nostri confronti brutti sfottò e mancanza di rispetto, anche da parte del loro presidente Bonina.
In quel torneo giochi 32 partite subendo appena 17 reti.
Bella media. Ma grande merito era della difesa. Ho sempre avuto grandi difensori davanti a me e ottimi sistemi
difensivi. In quella squadra c’erano Criaco e Surace come centrali. E ricordo con piacere anche Beccaria, un giocatore di grandissima qualità, troppo spesso criticato in maniera ingiustificata: mi è dispiaciuto molto che non sia riuscito ad arrivare dove meritava.
Che ricordi hai della festa promozione?
Si giocava Messina-Rende, lo stadio era stracolmo, la gente in festa già prima dell’inizio della partita. Il Rende era già retrocesso e noi non volevamo più rinviare la festa, vincemmo 1-0, gol di Pannitteri. A lungo restai imbambolato davanti a quella meravigliosa cornice di pubblico. Indimenticabile, poi, a fine gara, il giro d’onore del presidente Aliotta, in vestito gessato, sulla 500 colorata di giallorosso.
LA PRIMA DELUSIONE: IL SOGNO C1 SFUMATO AD UN PASSO DAL TRAGUARDO
E così, poco più che ventenne, affronti il tuo primo campionato da professionista (torneo di C2 1998/99). Quali erano, inizialmente, le ambizioni della squadra? E quali le aspettative della piazza?
Dentro di noi sapevamo di essere in grado di vincere il campionato. Però eravamo pur sempre una neopromossa, si diceva: “Vediamo cosa riusciamo a fare, proviamo ad arrivare il più in alto possibile” e cose del genere a cui ci si affida in questi casi. Ma a Messina le pressioni si avvertivano lo stesso: al primo passo falso, arrivava sempre qualche critica. Non c’erano solo i veri tifosi. C’era anche il classico messinese che diceva: “Torno al campo solo in serie B, questo livello è troppo basso per noi, questa squadra non mi piace”. E, ad ogni passo falso, era pronto a criticare.
Nel corso degli anni della scalata siamo stati bravi a vincere sempre, o quasi, e a dare tante soddisfazioni alla gente. Ma se non avessimo vinto tutti quei campionati difficilissimi, in tanti sarebbero subito stati pronti a criticarci.
Questo argomento lo approfondiremo senz’altro più avanti. Intanto, restiamo su quel campionato di C2: il Messina, neopromosso, sfiora la promozione diretta.
Nicola Salerno, appena arrivato a Messina, aveva costruito una gran bella squadra: c’erano Torino, Obbedio, Bertoni e tanti altri validi calciatori. Il nostro girone di andata non fu esaltante. Ruisi, l’allenatore della promozione, fu esonerato e per me fu un dispiacere. Con lui mi sono sempre trovato bene, era un buon allenatore ma ha pagato le solite etichette che il mondo del calcio non risparmia a nessuno. Di Ruisi si diceva: “È un tecnico di Interregionale, un sergente di ferro, uno che ha i suoi pupilli e li fa giocare sempre e comunque”. Luoghi comuni, non nuovi nel nostro mondo. Ripeto, era un buon allenatore.
L’arrivo di Cuoghi, in ogni caso, segnò una svolta.
A gennaio cambiarono molte cose, oltre a Cuoghi arrivarono anche alcuni buoni giocatori. Eravamo sestultimi, ci ritrovammo in vetta qualche mese dopo. Fu una bella lotta per il primo posto tra noi e il Catania. Poi quella sconfitta-beffa nello scontro diretto, al Cibali, ci tagliò le gambe. Era il 25 aprile 1999, noi eravamo primi, il Catania secondo con due punti di svantaggio. Segnarono al 92’, gol di Manca, e ci scavalcarono, mantenendo il vantaggio fino alla fine del campionato. Una grandissima amarezza.
E, purtroppo, non fu l’ultima della stagione.
Affrontammo i play – off da secondi in classifica, convinti di potercela fare. E invece, dopo aver passato il turno in semifinale, arrivò quella brutta sconfitta con il Benevento nella finale play-off.
Ne ho avuti tanti di momenti tristi nella mia carriera. Ma quella prima vera delusione non la dimentico. Le mie prime lacrime da calciatore, con la maglia del Messina. Il Benevento era un’ottima squadra, ben attrezzata. E a fare la differenza fu la loro maggiore esperienza: erano in C da una vita, noi eravamo pur sempre una neopromossa. Andammo in vantaggio con Scaringella nel secondo tempo ma i nostri avversari pareggiarono immediatamente. Così si andò ai supplementari. In caso di parità al 120’ saremmo stati promossi. Invece Compagno segnò nel finale il gol del 2-1 e il nostro sogno svanì bruscamente.
I due gol del Benevento li subì Alberga, non tu.
Questo è un particolare, sarebbe andata allo stesso modo anche se non mi fossi infortunato. Mi sono fatto male pochi minuti dopo l’inizio della ripresa. In uscita ho appoggiato il mio piede su quello di Milana: distorsione alla caviglia e 15 giorni con le stampelle. Ma quello fu il male minore, niente rispetto al grande dispiacere che provai per la promozione sfuggita in quel modo.
Per concludere con i dispiaceri stagionali, anche l’obiettivo Coppa Italia di C svanì a pochi passi dal traguardo.
Arrivammo fino alla semifinale. Era una competizione alla quale tenevamo. Eravamo al debutto tra i professionisti ed essere arrivati fino in fondo in Coppa ci riempiva d’orgoglio. Ci eliminò il Gualdo. 1-0 per noi all’andata, 2-0 per loro al ritorno. Anche quell’eliminazione rappresentò un dispiacere. Nulla a che vedere ovviamente in confronto alla delusione per il mancato salto in C1.
Ricordi Messina – Catania di Coppa Italia? 0-0 all’andata. Al ritorno partita giocata sotto i riflettori, tanta gente al Celeste...
E 0-0 anche stavolta. Passammo noi ai rigori.
Grazie a due tue parate.
Iniziai quella gara in panchina. Poi si infortunò Alberga. Sono entrato in campo ad inizio secondo tempo. Faceva freddo e ho faticato un po’ nei primi minuti. Ma tutto è andato bene, siamo arrivati ai rigori, e ne ho parati due. Uno a Manca, quello che poi ci avrebbe puniti, e l’altro non ricordo a chi.
LA PRONTA RISCOSSA E LA SECONDA PROMOZIONE
Quella stagione, oltre alla delusione per la promozione mancata, vi consegnò anche nuova carica per riprovarci nella stagione successiva (1999/2000)?
Inizialmente prevalse la delusione. Poi subentrò immediatamente la voglia di riscatto. L’ossatura della squadra restò immutata, in tutti c’era la ferma intenzione di conquistare la promozione solo sfiorata l’anno prima.
Quella una bellissima formazione, sapientemente costruita da Salerno e La Rosa con i consigli di Cuoghi. Talmente forte che buona parte dei calciatori di quel gruppo restò a Messina fino al primo anno di B. Quello fu anche l’anno in cui arrivò Enrico Buonocore, un giocatore in grado di fare sempre la differenza, in quella categoria e non solo. Non sbagliammo un colpo. In testa alla classifica dall’inizio alla fine, sempre con un buon margine di vantaggio, mai patemi d’animo: fu una cavalcata, riuscimmo a vincere il campionato con varie giornate d’anticipo e un vantaggio enorme sulla seconda. Il pubblico ci diede una grande spinta, la tifoseria fu sempre dalla nostra parte. Naturalmente anche allora c’era qualche palato fine. “Si vince ma non ci si diverte, questa squadra non convince, non gioca bene”, c’era chi diceva anche questo, dimenticandosi evidentemente delle domeniche senza calcio, trascorse a passeggiare sul viale San Martino e a piazza Cairoli.
In 32 partite, subisci appena 11 gol.
Gli avversari contro di noi tiravano mai in porta…
Sempre la solita modestia, un po’ di merito sarò anche stato tuo.
Io stavo crescendo, volevo fare bene, volevo diventare un giocatore. O, quantomeno, ci volevo provare. Lo spirito era quello giusto, provavo a limitare al massimo le sbavature. Effettivamente 11 gol subiti in 32 partite rappresentano una media incredibilmente positiva. Gran parte del merito era dell’ottima impostazione difensiva. Arrivavano pochi tiri, ma quando arrivano pochi tiri devi concentrarti al massimo, stare sempre attento, avere il giusto atteggiamento mentale. Perché quando sei poco impegnato la testa può andare altrove, cosa che a me non capitava.
11 gol subiti, uno realizzato.
Se ne è parlato tanto, non capita spesso che un portiere segni un gol. A quei tempi era una cosa ancora più inusuale di oggi.
Ti ricordi come è andata?
Giocavamo a Castrovillari. Perdevamo 1-0. E ci avrebbe dato molto fastidio perdere. Erano le ultime battute della stagione, era marzo, volevamo chiudere al più presto i conti con quel campionato e raggiungere la promozione matematica. Negli ultimi minuti ci gettammo tutti in avanti alla disperata. Io, all’ultimo assalto, decisi, come sempre di testa mia, di buttarmi nella mischia. E andò bene, segnai di piede, cosa ancora più strana perché in questi casi è più facile che un portiere segni di testa.
Quel gol servì soprattutto per guadagnare un punticino e tanto morale.
IL PRIMO ADDIO AL MESSINA, IL PRIMO CONTATTO CON LA SERIE A
La tua stagione non passa inosservata. Sul campo, con il Messina, guadagni la promozione in C1. Ma per te arriva ben presto un triplo salto, dalla C2 alla serie A.
Non ci fu una vera e propria trattativa, almeno per quanto mi riguarda. Fu la società a comunicarmi che c’era la possibilità di andare a Lecce. Per il Messina si trattava di un’occasione importante, c’era la possibilità di “fare cassa”. Il Lecce pagò un miliardo e mezzo per la metà del mio cartellino. Con una cifra del genere, allora, in C, potevi pagare diversi giocatori. Per me si aprivano le porte della serie A, un sogno. Sarei voluto fortemente rimanere a Messina. Se non fosse stato per una squadra di serie A, sarei certamente rimasto. Ma quell’occasione non potevo proprio perderla.
Approdare in serie A per te non equivalse ad esordire in serie A.
Nel debutto in A ci speravo, ovviamente avrei voluto giocare ogni partita, ma Chimenti non saltò neppure una delle 34 gare di campionato. Era un buon portiere, un portiere di serie A, con il quale ho avuto un bellissimo rapporto, lo ricordo con molto piacere.
Quella di Lecce fu comunque, nonostante tutto, una bella esperienza: il primo contatto con la serie A, con il grande calcio, la salvezza ottenuta all’ultima giornata.
Dovesti accontentarti di due presenze in Coppa Italia, con un gol subito.
In Coppa giocai le due gare contro il Cosenza. Ci qualificammo e nel turno successivo, contro l’Inter, giocò Chimenti. Ci rimasi molto male: anche se avevo 23 anni e venivo dalla C, mi sarebbe piaciuto giocare almeno in Coppa Italia. Ma capii quella decisione.
Da titolare inamovibile a Messina a calciatore pressoché inutilizzato a Lecce.
Da questo punto di vista ho sofferto tantissimo. La mancanza del contatto col campo mi pesò parecchio. Infatti a fine stagione chiesi di potere andar via.
Nel frattempo, mentre tu “guardi” da vicino la serie A, il Messina conquista la serie B. Che effetto ti fece non partecipare alla terza promozione in quattro anni, dopo essere stato protagonista delle prime due?
Col senno di poi potrei dire: sarei potuto rimanere, sarebbe stato meglio anche per me e, forse, anche con me il Messina sarebbe stato promosso. Però non provai rimpianti, per me era una comunque una grande gioia. Il Messina me lo sentivo dentro, ero legatissimo alla città e ai tanti amici con cui ero rimasto in contatto: Torino, Buonocore, Accursi. Con Leo Criaco ci facevamo le videochiamate: utilizzavamo netmeeting, c’era la vecchia linea Isdn, immagine rallentata ma ci si sentiva abbastanza bene.
L’IMMEDIATO RITORNO, L’ANOMALO DUALISMO, IL GRUPPO “SCARICATO”
La tua assenza da Messina dura una stagione appena. Nel campionato 2001-02 sei già di nuovo in giallorosso.
Io avevo chiesto al Lecce di essere ceduto: volevo tornare a giocare, ne sentivo l’esigenza. Poi hanno fatto tutto le società. Salerno mi ha riportato a Messina senza pagare niente in cambio della metà del mio cartellino che aveva ceduto l’anno precedente per un miliardo e mezzo. Lo cosa mi sorprese anche po’ dal momento che il Messina aveva già due ottimi portieri: Cecere e Marruocco.
Cecere andò via, restò Marruocco. La competizione tra te e lui fu praticamente ininterrotta e diede vita ad un curioso turnover tra portieri.
Quello fu un imbarazzo creato dalla società e avallato dall’allenatore (Arrigoni). C’erano due giovani, ottimi portieri, bisognava fare una scelta decisa: o l’uno o l’altro. Invece così non è stato. E si diede vita ad una anomala situazione. Succedeva che uno partiva titolare, poi, al primo momento di flessione, veniva sostituito dall’altro che, a sua volta, appena sbagliava tornava in panchina. Non si gestiscono così due giovani portieri. Quella scelta danneggiò profondamente entrambi. Perché fare bene a 24 anni era importantissimo sia per me che per Vincenzo. Invece eravamo sempre in discussione e si creavano brutte situazione. Quando le cose, per la squadra, andavano male diventava più facile per tutti scaricare le colpe sul portiere di turno. Direi che si venne anche a creare un circolo vizioso di paraculismo.
Per il Messina che tipo di stagione fu quella d’esordio in serie B?
Tutto sommato positiva. Rovinata, in parte, da qualche scelta sbagliata. Alla fine del girone di andata avevamo conquistato 24-26 punti, non ricordo esattamente quanti ma eravamo a metà classifica, in una posizione abbastanza tranquilla. A quel punto prese piede l’ingordigia di qualche dirigente che provò a rafforzare la squadra con due giocatori di nome e “di ingaggio”: Prodan e Grabbi. Entrambi non erano però ben visti dall’allenatore, Arrigoni, che li fece anche giocare poco. Questo creò qualche problema all’ambiente e, nel frattempo, sul campo, anche per via dei numerosi infortuni, i risultati iniziavano a scarseggiare. Fortunatamente andò bene, riuscimmo a salvarci all’ultima giornata vincendo a Crotone con doppietta di Grabbi.
Fu, nel complesso, un’esperienza positiva per tutti: era il primo anno di B e la salvezza era il nostro obiettivo. Provai però grande dispiacere a fine stagione quando era quasi un pensiero comune, soprattutto tra i giornalisti, che quel gruppo di giocatori avesse fatto il suo tempo: grazie e arrivederci. Per chi ha dato, ci vuole rispetto. Da parte di molti in quel caso non ce ne fu.
Emanuele, nel corso di questa intervista hai già mostrato più volte il tuo disappunto per l’atteggiamento tenuto a quei tempi, in più occasioni, da una parte dell’ambiente. Puoi essere più chiaro su alcuni aspetti? Chi e cosa ti davano principalmente fastidio?
Mi riferisco principalmente ai “sapienti” di tribuna e gradinata e ai giornalisti. Non certo ai tifosi di curva che sono quelli che prendono acqua in giro per l’Italia, quelli che gridano, si sgolano, incitano e seguono sempre la squadra, in casa e in trasferta. Io parlo dei “fenomeni”, di quelli che non hanno saputo avere rispetto per chi, come noi a quei tempi, è cresciuto e ha fatto crescere la squadra, contribuendo alla rinascita del calcio in città. Bisognava avere più considerazione di quel gruppo, il gruppo che aveva iniziato l’avventura. Quegli uomini che hanno riportato la squadra in alto e il pubblico al campo. E, invece, i primi anni in molti ci snobbavano. Sentivo gente dire: “Io al campo ci andrò solo in serie B, questo non è calcio, io mi ricordo di quando c’era questo o quello”, citando non solo Schillaci o Catalano ma anche giocatori tipo Cambiaghi e Da Mommio. A sentire alcuni, sembrava che il calcio lo conoscessero solo a Messina. Poi, come ho detto, dopo aver ottenuto i grandi risultati che erano sotto gli occhi di tutti, in tanti non sono stati trattati come meritavano.
L’AVVENTO DEI FRANZA, L’AGGRESSIONE DI CAGLIARI E L’ADDIO PIENO DI RABBIA
Parliamo della stagione 2002-03: si chiude l’era-Aliotta, di cui tu sei stato indiscusso protagonista.
Per chi, come me, era cresciuto con Aliotta fu un grande dispiacere, quasi un trauma. Ci venne a mancare un punto di riferimento importantissimo e si chiuse un periodo bellissimo.
Rilevano la società i Franza e tante cose cambiano rapidamente.
Ricordo un ritiro pieno di incertezze, perchè il passaggio da Aliotta ai Franza non era ancora avvenuto. Poi, quando fu ufficiale il cambio di proprietà, ci furono settimane in cui i giocatori andavano e venivano, i corridoi del Celeste erano sempre pieni di gente con le valigie. Cambiò il direttore sportivo, arrivò Pavarese e andò via Salerno. Come allenatore fu scelto Oddo, al posto di Cuoghi, che era appena tornato per volere di Aliotta.
Oddo si rivelò il tecnico giusto?
Oddo era un buon allenatore. Magari non era un fenomeno ma era uno che aveva masticato calcio per una vita. Gli avevano chiesto la salvezza e di valorizzare qualche giovane. La salvezza credo che l’avrebbe raggiunta se non fosse stato esonerato. E, tra i giovani, riuscì a lanciare Carmine Coppola, allora quasi sconosciuto.
Nuova dirigenza, nuovo allenatore e anche nuovi calciatori.
Anche in questo caso, tante operazioni fatte rapidamente, in tempi brevissimi. Cambiò in corsa anche la struttura della squadra, restammo un po’ spiazzati. Però arrivarono tanti buoni calciatori. Ricordo Calaiò, Zampagna, Amauri. Dei nuovi mi era subito piaciuto molto anche Iannuzzi.
Giochi titolare per tutto il girone di andata. Prima che qualcosa si rompa.
La società aveva deciso di puntare su di me. Stavolta non c’era alcun dualismo, come “secondo” fu scelto un portiere meno “quotato”, Verì.
La squadra iniziò abbastanza bene la stagione e, anche dal punto di vista personale, ricordo un bell’avvio. Giocavamo un buon calcio e, a fine girone di andata, occupavamo una tranquilla posizione di classifica.
A gennaio, però dici addio per la seconda volta al Messina. Perché?
Fui io a decidere di andar via. E a farmi scattare la molla fu quel brutto episodio di Cagliari.
Allora, andiamo con ordine. Ricordiamo cosa accadde a Cagliari, anche se in tanti non lo avranno dimenticato.
Un cretino mi colpì in testa, da dietro, durante la partita, facendomi perdere conoscenza. Quelli furono i giorni più brutti della mia vita. Provai tanta confusione, grande amarezza. Della mia carriera è il ricordo peggiore, insieme alla sconfitta nella finale play-off di C2 contro il Benevento.
Perché fu quell’episodio a determinare il tuo addio al Messina?
Perché dopo l’aggressione ero un po’ più nervoso, particolarmente suscettibile, forse un po’ più sensibile. E non tollerai più alcune cose che già mi davano fastidio da tempo. A Messina se tutto andava bene, nessuno diceva niente. Altrimenti il problema era il portiere. E così fu anche allora, a poche settimane dal mio rientro in campo dopo il brutto episodio di Cagliari. Pareggiamo 2-2 con la Ternana: sul gol del loro pareggio, arrivato a fine gara, io avevo qualche responsabilità. Ma contro di me ci fu il solito accanimento che veniva riservato al portiere. A far scattare la molla fu la mancanza di tatto, in un momento per me così delicato, di qualche giornalista e di qualche signore di quelli sempre pronti a criticare. Quella non l’ho fatta passare, ho chiesto subito di essere ceduto. Non ne potevo più delle critiche dell’ambiente. Non sopportavo quelle solite trasmissioni del c…. E se prima, davanti a certe cose, mi mettevo a ridere e facevo finta di niente, in quell’occasione, dopo aver sentito parole molto fastidiose, decisi di dire basta.
La società ti accontenta: vai al Napoli, in cambio di Storari
Fu uno scambio secco, portiere per portiere. Credo che rappresentò la fortuna di Storari.
Si concretizza così il tuo secondo addio al Messina, per motivazioni completamente diverse rispetto alla prima volta.
Il primo addio fu dopo una vittoria. Allora c’erano in ballo interessi societari e ambizioni personali. Il secondo fu invece un addio voluto. Credo che oggi non lo rifarei. In un momento di rabbia ho preso quella decisione, tra l’altro all’ultimo giorno di mercato.
Sulla panchina del Napoli trovi Franco Scoglio.
Fu Scoglio a volermi a Napoli, anche se inizialmente preferì fare giocare Franco Mancini, portiere esperto. Fu un grande piacere potere avere a che fare con Franco Scoglio. Era un grosso personaggio, un grande oratore. Possedeva un’ironia intelligente. Con lui ridevo sempre, eravamo entrambi siciliani, ci capivamo, parlavamo lo stesso dialetto. Spesso ricordavamo insieme le nostre rispettive esperienze a Messina, le storie di calcio, gli amici in comune.
Al Napoli come andò?
Per me fu una bellissima esperienza, nonostante qualche problema. Mi volevo disintossicare e quello era il posto giusto: lì si respirava l’aria del grande calcio, anche se la squadra era in serie B. C’era una grande tradizione, una grande organizzazione e grandi ambizioni. Nonostante tutto, però, le cose si misero male e si rischiò addirittura la retrocessione. Quando arrivai feci un po’ di panchina. Poi, fu l’allenatore Franco Colomba a darmi fiducia e una maglia da titolare: andò bene, riuscimmo a salvarci.
IL MESSINA IN A, MANITTA IN GIRO PER L’ITALIA
Nel frattempo, nella stagione successiva, il Messina conquista la promozione in serie A.
Ne fui felicissimo. E non nascondo che mi sarebbe piaciuto esserci. Ho fatto una scelta sbagliata decidendo di andar via da Messina, ma era pur sempre una scelta che in quel momento dovevo fare. Sono rimasto in contatto con Coppola e con altri compagni, ho gioito insieme a loro.
Ai Franza va dato il merito di aver dato un motivo d’orgoglio ai messinesi. Per la prima volta dopo tantissimi anni, dopo tante sofferenze, c’era un motivo per essere fieri di essere messinesi. Anche se la favola è durata poco. I Franza sono stati gli unici in grado di farci vedere la serie A, mettendo mani al portafoglio
Nell’anno in cui il Messina centra la promozione (stagione 2003/2004) sei il portiere titolare del Napoli, con cui, in serie B, collezioni 41 presenze.
Fu un buon campionato, anche se già a marzo sapevamo che la squadra stava per fallire. A febbraio eravamo settimi. Poi molti giocatori andarono via, non ci allenammo più con la giusta determinazione, col giusto piglio. Si tirava a campare.
Poter essere il titolare del Napoli per oltre un anno fu comunque una bella soddisfazione, come lo era esserlo del Messina.
Dopo Napoli, inizia per te un periodo poco felice. Nella stagione 2004/2005 vai a Catanzaro, in serie B (16 presenze, 26 gol subiti).
La più brutta stagione della mia carriera. Non riuscii ad ambientarmi, e anche sotto il profilo del calcio giocato andò male. Non mi stava bene niente, e a gennaio ho fatto di tutto per andare via: ho chiesto di essere ceduto, ho puntato i piedi. Stavo per andare alla Reggina, poi l’operazione saltò. Restai a Catanzaro, fuori rosa.
L’anno dopo (campionato di B 2005/2006) vai a Bologna, dove giochi due partite appena, senza subire gol.
Certo che non ho subito gol, ho giocato due minuti in tutto…Scherzi a parte, a Bologna andai molto volentieri. Il Bologna era appena retrocesso, come portiere c’era Pagliuca ma inizialmente sembrava in procinto di andare via e la società si era premunita ingaggiando me. Poi Pagliuca è rimasto e per me non c’è stato spazio. Ma fu una piacevole esperienza: Bologna è la città più bella in cui ho giocato, c’era una buona organizzazione e un’ottima squadra. Di quella formazione facevano parte giocatori come Bellucci, Amoroso, Colucci, Pecchia Torrisi, Terzi. Ma la stagione fu un po’ deludente, chiudemmo il campionato a metà classifica.
LA NUOVA OCCASIONE. FINALMENTE L’ESORDIO IN A
Anche da Bologna vai via a fine stagione e finalmente, a sei anni dall’esperienza di Lecce, torna l’occasione della serie A, a Livorno nel campionato 2006/2007. Stavolta va meglio: alle soglie dei 30 anni arriva l’esordio.
Era una nuova occasione per rilanciarmi. Ero il secondo di Amelia, fresco di titolo mondiale. Sapevo quel’era il mio ruolo, dovevo aspettare e farmi trovare pronto all’occorrenza. Giocai otto partite, tutte da titolare. E, per via dell’infortunio di Amelia, fui impiegato nelle ultime gare, quelle più dure, piene di tensione, in un momento di grande sofferenza per la squadra. Riuscimmo ad ottenere la salvezza e questa fu una grande gioia.
Fai il tuo esordio assoluto in massima serie nel gennaio 2007 contro la Roma. Che ricordi conservi di quel giorno?
Nei primi minuti una grande emozione. Ero un po’ impacciato, poi sono riuscito a sciogliermi e a giocare una buona gara. Finì 1-1, ricordo una parata su Chivu, una su Totti e qualche buona uscita.
Le uscite sono sempre state il tuo punto di forza, vero?
Mi piace rischiare, c’è chi lo apprezza. È normale che chi rischia spesso l’uscita va incontro ogni tanto all’errore. A me è sempre piaciuto. E credo che tra le mie qualità migliori ci siano proprio la lettura dell’azione, la difesa della profondità, la presa alta.
Torniamo all’esperienza di Livorno. Che termina subito dopo quella stagione per te così importante.
Fui io a decidere di non rimanere. A Livorno c’era Spinelli, il patron che decideva tutto e gestiva tutto in prima persona. Io con lui mi accordai verbalmente per la stagione successiva. Avevo delle offerte, ma non le presi in considerazione perché avevo dato la mia parola. Quando però, dopo qualche tempo, ci sedemmo con il presidente per mettere nero su bianco, le sue condizioni erano cambiate, non erano più le stesse. Non mi andò bene e decisi di andarmene. Fu una fortuna per me, perché tornai laddove volevo tornare.
L’ULTIMO RITORNO
Ancora a Messina. Di nuovo, per la terza volta. Dopo aver girovagato a lungo, torni a casa.
Bello, bellissimo. L’ho voluto fortemente, ero contentissimo come la prima volta.
Rispetto a quando sei andato via, molte cose sono, nel frattempo, cambiate. Intanto non si gioca più al Celeste, ma al San Filippo, in uno stadio enorme, davanti a poche persone?
A me piaceva tantissimo giocare al San Filippo, uno stadio in cui si respirava l’aria del grande calcio. Al Celeste sono e sarò sempre affezionato. Ci avevo giocato per cinque anni a mezzo, conoscevo tutto e tutti, per me era un po’ come giocare il torneo del paese. Al San Filippo, invece, c’era adrenalina nell’aria.
In giallorosso torni a quattro anni e mezzo di distanza dall’ultima volta. Che società ritrovi?
Intanto trovo un dirigente serio come Gasparin. Era un piacere avere a che fare con uno come lui. È un peccato che sia arrivato tardi a Messina.
In città c’era un clima di sfiducia. Ma quello della gente non era un distacco reale. Noi sapevamo di essere comunque seguiti, che ai tifosi interessava ancora della squadra, e ci faceva piacere. Avevamo, anche per questo, grande voglia di fare bene. Nonostante l’organico non fosse di primissimo livello, sapevamo che, con le motivazioni giuste, si potevano ottenere risultati soddisfacenti.
In quella strana stagione capita anche un particolare episodio. Rifiuti la fascia da capitano.
Mancavano per infortunio Coppola e Zanchi. L’allenatore Di Costanzo disse: “Il capitano è Manitta”. Io lo ringraziai pubblicamente ma espressi il mio punto di vista. Non reputo giusto che il capitano sia il portiere. Il capitano deve parlare con l’arbitro, tutelare i compagni, fare gli interessi della squadra. Stando in porta, spesso lontano dall’azione, diventa più complicato.
A me bastava che i ragazzi mi ascoltassero, in campo e nello spogliatoio. Ero uno dei più esperti, non era la fascia a fare la differenza.
Andiamo alla stagione, ai risultati del campo.
Chiudemmo il girone di andata a ridosso dei play-off, vincendo diverse gare contro le grandi del campionato. Poi cominciarono ad arrivare delle sensazioni negative. A febbraio-marzo iniziammo ad intuire che le cose si stavano mettendo male, che tutto rischiava di finire. E mentalmente ne pagammo le conseguenze. Quando inizi a percepire che nel posto in cui lavori tutto sta per finire, cominci a pensare a tante cose: alla famiglia, al lavoro, ai soldi.
LA TRISTE FINE DEL FOOTBALL CLUB MESSINA E LE RAGIONI DEI FRANZA
La percezione purtroppo si rivelò esatta.
Io avevo intuito che la stanchezza, l’arrabbiatura dei Franza stavano per portare a conseguenze disastrose.
Cosa hai provato quando hai capito che il tuo Messina, la squadra con cui avevi scalato categorie e raccolto tante vittorie, stava per sprofondare nell’inferno dei dilettanti, laddove lo avevi trovato 12 anni prima?
Un vuoto, un magone. Inizialmente non ci ho voluto credere. Pensavo fosse un segnale. Poi ho capito che era tutto vero. Ho toccato con mano i numeri in passivo che la società registrava. C’erano troppi dipendenti a libro paga, troppe uscite. Dispiaceva per i tanti che perdevano il lavoro. Ma l’Fc Messina sembrava essere diventata un’azienda pubblica. Inconcepibile. Sembrava di essere al Comune o alla Provincia. Troppi impiegati che passeggiavano. Il classico sistema messinese applicato al calcio. I soldi sborsati provenivano da una sola fonte e non c’era nessuna soddisfazione per la proprietà, sempre contestata.
Quindi, alla fine, hai condiviso quella decisione?
L'ho capita. Probabilmente anch’io, al loro posto, avrei fatto la stessa scelta. Io non devo nulla ai Franza ma onestamente devo ammettere che, anche se hanno gestito male la situazione, sono stati gli unici in grado di portare il Messina in serie A. Ci hanno rimesso tanto, e non solo in termini economici. Dovevamo “tenerceli buoni” e avremmo avuto assicurati cent’anni di pallone. Invece, si è diffuso un pensiero comune anti – Franza che ha solo danneggiato il calcio messinese. La contestazione ci può stare ma l’accanimento no. E ora? Com’è finita? Non c’è stato nessuno capace di ripartire neppure dalla C2 con il Lodo Petrucci. E non possiamo neanche dire di essere ripartiti con le nostre forze dalla serie D, perché la nuova proprietà non è messinese.
Allora, mi chiedo, Messina è come Randazzo, il mio paese? C’è troppa invidia, si fanno i conti in tasca all’altro. Non permettiamo al vicino di crescere per sentirci pari a lui.
Questa brutta situazione l’hanno determinata i messinesi stessi. E non mi riferisco ai veri tifosi che in tutto saranno non più di 4.000 persone. Parlo degli altri, di quelli che venivano allo stadio solo per tendenza e poi criticavano pure. Sai quanta gente ho visto elemosinare biglietti gratis! E poi c’erano quelli che si creavano il diritto di dire: “Io non vengo al campo perché ci sono i Franza”. Che vuol dire? Che malattia hanno i Franza? Ci hanno pur sempre portato in serie A.
DALL’AMAREZZA ALLA SERIE A, A SIENA LA NUOVA CHANCE
Dopo la radiazione del Messina, resti senza squadra per l’intera estate.
Ho aspettato che qualche “disgraziato” messinese si decidesse ad aderire al Lodo Petrucci e facesse una squadra per la C2. In quel caso, sarei rimasto certamente a Messina. Mi son detto: posso credere che non ci sia nessuno in grado di iscrivere una squadra in C2? E invece sappiamo come è andata a finire. A quel punto mi sono messo sul mercato. Ma a settembre-ottobre le squadre sono già fatte e diventa difficile trovare una buona sistemazione.
Invece arriva la chiamata del Siena.
Non mi sarebbe potuta andare meglio. Vado in una squadra di serie A, in una bella e tranquilla città, in una società ben organizzata, con un ambiente sano. A Siena non ci sono le pressioni che ho trovato in altre piazze. I tifosi non pretendono più di quanto la società non sia in grado di dare, sono consapevoli delle forze e delle possibilità della propria squadra.
A Messina, per capirci, se ti salvi il primo anno, al secondo la gente vuole la qualificazione in coppa Uefa.
A Siena che stagione hai vissuto?
Ho collezionato altre sei presenze in A. Davanti a me c’erano Curci, il titolare indiscusso, ed Eleftheropoulos. Inizialmente ero il terzo portiere, poi Elle si è infortunato e io sono andato in panchina, dove sono rimasto anche dopo il suo rientro. Ho esordito con la Reggina senza giocare una buona gara e così, dopo quella partita, sono rimasto per due mesi in tribuna. Poi è arrivato l’infortunio di Curci: col Chievo ha giocato Eleftheropoulos, nella gara successiva contro il Torino il mister Giampaolo mi ha promosso titolare e titolare sono rimasto fino al rientro di Curci.
Anche contro il Milan, quando per poco non riesci a parare un rigore a Kaka.
Ho sfiorato quel pallone, c’è mancato davvero poco. Certo che parare un rigore a Kaka ti può cambiare la stagione. Ma nella mia carriera ho allenato anche la cultura della sconfitta, del dispiacere. E così non ci sono rimasto poi tanto male.
A Siena hai ritrovato Portanova.
Con Daniele abbiamo parlato spesso del Messina e condividiamo alcune considerazioni. Anche lui è molto legato alla città e anche lui si chiedeva come sia stato possibile arrivare a quella situazione.
MANITTA OGGI: “FORSE MI RITIRO”
E siamo arrivati al presente. Sei di nuovo senza squadra.
Sono svincolato da giugno, già sapevo che non sarei rimasto a Siena. Ho avuto mercato, ma quello attuale è un mercato al ribasso e non ho ricevuto offerte vantaggiose. Oggi ho 32 anni, una famiglia, un futuro a cui pensare. A 20 anni puoi investire su te stesso e rischiare, a 32 non puoi farlo. È per questo che sto pensando di chiudere col calcio. Aspetto fino gennaio, se non arriva una proposta interessante, cambio mestiere.
Dici davvero? Sei ancora giovane…
Nella vita bisogna confrontarsi con la realtà. Se non c’è più spazio per me in questo calcio, è giusto prenderne atto e voltare pagina. Magari andrò a lavorare con mio suocero, magari si apriranno altre strade. Pazienza, vorrà dire che invece di smettere di giocare a 36-37, finisco a 32.
Intanto ti sei allenato a lungo con il Messina e c’è chi ha pensato al tuo ennesimo ritorno.
Devo ringraziare la nuova dirigenza del Messina e l’allenatore Infantino che mi hanno consentito di allenarmi con loro. Poi qualche
benpensante, qualche grande sapiente, qualche grande firma di qualche giornale e di qualche sito internet ha voluto inventare una notizia mai esistita.
Il dg Pecorelli mi ha detto, in qualche occasione: “Se resti senza squadra, qui la porta per te è sempre aperta”. Ma lo diceva scherzando e le trattative non si fanno scherzando.
CURIOSITA’ E RICORDI DI UNA VITA TRA I PALI
Sai quante presenze hai collezionato nel Messina?
Credo intorno alle 180, se includiamo quelle con la Peloro supero le 200.
Giusto, 189 (con 150 gol subiti) più 30 ( e 17 reti subite) con la Peloro in CND.
Vedo che ho una buonissima media tra presenze e gol subiti. Ripeto, grande merito è dei difensori che ho avuto come compagni.
Su oltre 200 presenze neppure una in serie A.
Ogni tanto ci penso. Che peccato! Neppure un minuto in A. Avrei potuto giocare qualche partita anche in massima serie con il Messina. Magari non quando c’era Marco Storari che, a mio giudizio, è stato il miglior portiere della storia del Messina. Ma negli anni successivi sicuramente si.
A Messina, in sei anni e mezzo, hai avuto tanti allenatori, tra cui Ruisi, Cuoghi, Arrigoni, Oddo, Di Costanzo. Chi è stato il migliore?
Faccio fatica, mi sono trovato bene con tutti. Ognuno aveva le proprie qualità positive. Non so dire chi sia stato il migliore.
Il migliore allenatore che hai avuto in carriera?
Ho avuto a che fare con tanti grandi allenatori: Simoni, Arrigoni, Ulivieri. Ma quello che aveva qualcosa in più e lo sapeva trasmettere alla squadra è stato Giampaolo, con cui ho lavorato a Siena.
Tra i preparatori dei portieri, c’è qualcuno che vuoi ricordare?
Anche con i preparatori dei portieri ho sempre avuto un buon rapporto. Tra quelli avuti a Messina ricordo volentieri Alberga, con cui ebbi qualche problemino quando, da compagno di squadra, diventò il mio allenatore. Ma poi tutto si sistemò.
Il migliore con cui ho lavorato è stato Sergio Buso a Napoli. Tra gli altri, ricordo con piacere Tuccella, che ho avuto a Siena, e Spinosa, a Livorno.
Il miglior dirigente con cui hai lavorato a Messina e il migliore in assoluto?
I migliori dirigenti li ho conosciuti proprio a Messina. E sono due persone molto diverse tra loro, nel modo di vivere, di porsi, di presentarsi. Ma molto simili nella sostanza, cioè nell’individuare e gestire bene un giocatore. Mi riferisco a Nicola Salerno e Sergio Gasparin.
La partita più bella della tua vita.
Non me viene in mente nessuna.
La partita del Messina che ricordi più di ogni altra.
Così, a caldo, dico Lecce-Messina, serie B 2007/2008. Facevo il compleanno, parai un rigore a Valdes, pareggiammo 0-0.
Il ricordo più brutto di una partita del Messina?
Oltre a quelle che ho già citato, cioè la sconfitta con il Benevento e la gara di Cagliari, quella che mi ha procurato le sensazioni peggiori è stata Messina-Lecce. Era l’ultima partita casalinga dell’ultimo campionato di B: abbiamo perso 3-1 ma a generare sconforto fu la consapevolezza che tutto stava per finire.
Il compagno più forte che hai avuto a Messina?
Enrico Buonocore, senza ombra di dubbio.
Anche Coppola e Portanova, intervistati per questa rubrica, hanno risposto Buonocore.
Era uno di qui calciatori che fanno la differenza. Anzi aggiungo che è il giocatore più forte che ho visto da quando gioco a calcio. Per me Buonocore, come qualità tecniche e fantasia, non è secondo neanche a gente come Totti e Zidane. Era un genio del calcio.
Altri grandi giocatori con cui hai giocato?
Tra gli altri voglio ricordare Criaco, grande giocatore che forse è esploso tardi. Poteva arrivare in alto: era bravo, intelligente, aveva forza fisica ed era un difensore – goleador. Anche Amauri mi aveva impressionato quando è arrivato a Messina, poi è cresciuto tanto fino a diventare il campione che è oggi. Infine voglio citare Ghezzal, con cui ho giocato a Siena, calciatore fortissimo, con tante qualità positive: corsa, tecnica, acrobazia, qualità e quantità.
Il miglior portiere che hai avuto come compagno?
Sono stato il secondo di Pagliuca a Bologna. Lui era a fine carriera ma stava ancora bene, un grandissimo portiere. Ma ricordo che sono stato in squadra con i migliori giovani portieri del momento: Amelia a Livorno e Curci a Siena.
Tra i calciatori conosciuti a Messina quello che rispetti di più come uomo?
Sono davvero contento di aver conosciuto una persona seria e perbene come Marco Zanchi.
Le parate più belle della carriera?
Manitta miracoli non ne ha mai fatti. Ho sempre avuto un rendimento lineare.
Dai, fai uno sforzo.
Ricordo una bella parata con cui salvai il risultato al 90’ in Salernitana-Messina 1-2, mi sembra su un tiro di Vignaroli.
Le papere?
Quelle me le ricordo…E me ne viene in mente una in particolare. Messina-Tricase, campionato di serie C2. Arriva un tiro in porta da 20 metri, morbido, senza pretese. Il pallone passa sotto le mie gambe e finisce in rete.
TIRANDO LE SOMME…
Hai rimpianti?
No, mi ritengo abbastanza fortunato, ho fatto sempre tutto secondo coscienza. E credo di aver raccolto ciò che meritavo.
Non credi che ti abbia penalizzato il tuo carattere? Il tuo essere buono, schivo, forse un po’ troppo modesto non ti ha limitato?
Nel calcio conta solo quello che dai in campo. Semmai essere una brava persona ti dà qualcosa in più, non in meno. Anche se fossi stato un po’ più pezzo di m…. avrei avuto la stessa carriera.
Che rapporto hai con la città di Messina?
Mi sento messinese, a Messina ho vissuto a lungo e bene. È la città in cui sono cresciuto, maturato come uomo e come calciatore. Sono stato bene, anche quando ero giovane. Anche se, da calciatore, la vita è condizionata dal risultato o dal periodo. Mi fa piacere notare come la città sia comunque cresciuta negli ultimi anni. A Messina adesso si vive bene. Negli anni 80-90 nelle città meridionali era spesso pericoloso uscire di sera, c’era mancanza di sicurezza. Adesso, da questo punto di vista, va notevolmente meglio.
Visti i precedenti, non è da escludere un nuovo ritorno a Messina
Nella vita mai dire mai. È risaputo che a Messina mi trovo bene, sono a casa. Non si sa mai, potrei tornare anche per un altro lavoro. Quando metto piede fuori dal Celeste, non ho sensazioni di estraneità, tutt’altro, mi sento un cittadino integrato. Messina oggi è una città ospitale, anche verso coloro che vengono da fuori. Al nord non ti “caca” nessuno, noi apriamo le porte a tutti. Al sud abbiamo sviluppato la cultura dell’ospitalità, i meridionali ci tengono a fare bella figura con tutti. E questo è uno degli aspetti positivi della città di Messina.
Grazie Emanuele, per la disponibilità e per la sincerità. Chiudiamo con un tuo pensiero.
Voglio chiarire che i problemi del calcio non sono i problemi della vita. Andando avanti con gli anni capisci che le cose vere, le cose utili non sono legate ad una stagione o ad una partita. Prima del calcio, a Messina ci sarebbero tante cose da cambiare, a partire dalla condizione della gente che è ancora costretta a vivere nelle baracche. Una situazione terribile, che al giorno d’oggi non si riscontra in altre città. I politici messinesi dovrebbero svegliarsi. È anche per questo che auguro alla città di crescere, indipendentemente dal calcio. Anche se il calcio, come è già capitato a Messina, può aiutare a crescere.




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