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31 lug 2010
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Sasà Sullo: le grandi imprese del capitano

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Di Davide Manzo

GLI INDIMENTICABILI
Dialoghi con i protagonisti della storia del calcio messinese

Sesta puntata – Sullo

 

SASA' SULLO: LE GRANDI IMPRESE DEL CAPITANO
Gol, vittorie, traguardi straordinari e una appassionante storia di calcio e di vita. Dal rigore della promozione in B alla conquista del palcoscenico più prestigioso: Sasà Sullo ha saputo regalare emozioni indimenticabili. L’avventura unica di un vero leader che a Messina ha segnato un’epoca calcistica.

sas_sullo_esultanza_gol_promozioneSul campo ha esibito piedi raffinati, classe, qualità. E si è fatto ammirare per i suoi gol, i suoi assist, la sua tecnica, le sue giocate. Fuori dal campo ha mostrato di possedere anima, cervello e personalità degni del suo grande talento calcistico. E tutti hanno saputo apprezzarne la mente lucida, la saggezza, la coerenza, l’approccio razionale e profondo alla vita. Un capitano vero, sempre in prima linea, serio, leale, corretto. Tutto questo ha saputo offrire Sasà Sullo durante la sua esperienza in giallorosso. Messina è stata per sei anni la sua città e a Messina ha raggiunto i migliori risultati di un’intera carriera. I messinesi hanno gioito con lui e sofferto con lui. In campo e, nel momento più drammatico della sua vita, anche fuori.
Dal gennaio del 2001 al gennaio del 2007, 167 presenze e 30 gol. Sei anni intensi, di calcio e di vita, affrontati sempre con eleganza e mai con banalità. Sei anni di cui, anche oggi che ha intrapreso la carriera da allenatore, il “capitano” porta con sé tanti ricordi incancellabili.

LA FAVOLA SENZA LIETO FINE. LE RIFLESSIONI DEL CAPITANO E I MOTIVI DELL’ADDIO

Sasà, partiamo dalla fine. Non dalla fine della tua esperienza a Messina. Ma dalla fine del Football Club Messina, la squadra con cui hai raggiunto sensazionali risultati. Il tuo Messina. Abbandonato, fallito, scomparso.
Un dispiacere enorme, prima di tutto. Ma, al tempo stesso, la consapevolezza di essere stati tutti, me compreso, causa di questa triste situazione. Alla base di quanto accaduto c’è la cattiva gestione della società ma ci sono anche i risultati negativi, le retrocessioni. Si è andati oltre i reali valori e le reali capacità di spesa della società. Se non ci si iscrive ad un campionato è per una questione economica. Ma anche i risultati hanno giocato il loro ruolo: io facevo parte della squadra che per due volte è retrocessa dalla A alla B e quindi anche io devo assumermi la responsabilità di una fine così triste.

Dei Franza che idea ti sei fatto e che ricordo conservi?
Hanno pagato ad alto prezzo per gli errori commessi. Ma sono pur sempre coloro che hanno portato il Messina in serie A. Personalmente non posso che avere un ottimo ricordo della famiglia Franza. Sotto l’aspetto economico sono stato gratificato, così come tutti i componenti del gruppo e dello staff tecnico e dirigenziale. La proprietà è sempre stata vicina alla squadra, forse fin troppo. E non dimentico il sostegno ricevuto in un momento particolare della mia vita.
Un errore di gestione, per quanto grave, non cancella anni di grandissimi successi.

Nei tuoi ultimi anni trascorsi a Messina, avevi avvertito segnali che lasciavano presagire una decisione così drastica come quella poi adottata?
No, nulla che potesse far pensare ad una scelta di quel tipo. Anche se, quando la proprietà decise di non iscrivere la squadra, io non ero più a Messina da un anno e mezzo. Al momento pensai che si trattasse solo di uno sfogo e che non si sarebbe arrivati fino al punto di ripartire dalla serie D. Ma, probabilmente, i problemi erano insostenibili.  

Dalla fine del Football Club Messina alla fine del tuo rapporto con la società. La tua bellissima esperienza calcistica messinese forse non si è chiusa come meritava. In tanti immaginavano per te un futuro all’interno della società anche al termine della tua carriera da calciatore.
Mi sono sempre sentito uno di passaggio, ovunque io sia stato. Il calcio è fatto di momenti, quando sei protagonista vivi da protagonista. Le passerelle non fanno per me. E poi non era detto che non sarei potuto un giorno ritornare. Anzi, prima che la proprietà decidesse di non iscrivere la squadra, mi era stata offerta la possibilità di iniziare ad allenare una formazione giovanile. La proposta mi venne fatta durante la stagione 2007/2008 , a campionato in corso. Però non avevo ancora preso in considerazione l’idea di smettere di giocare. Poi iniziarono i problemi per il Messina, accadde quel che accadde e, ovviamente, non se ne parlò più.

L'ultima delle tue 167 partite in giallorosso la giochi il 10 dicembre 2006 a Bergamo, a 35 anni e in una posizione quasi inedita, davanti alla difesa. Atalanta – Messina finisce 3-2. Poi accade qualcosa che ti spinge ad andar via.
La posizione non era poi tanto inedita: fortunatamente in carriera ho giocato in tanti ruoli e mi è sempre piaciuto occupare diverse zone del campo. A proposito dell’addio, invece, dico che non sarei mai andato via da Messina ma successero cose, che non riguardano il campo, che mi portarono a prendere quella decisione. Quello non era un gruppo di cui potevo essere il capitano.

Perché? Cosa accadde?
Nulla che valga la pena di essere raccontato. Un episodio stupido di cui preferisco non parlare, qualcosa che aveva a che fare con il gruppo. Fatto sta che mi rendevo conto di non essere più il giocatore di prima e, nel frattempo, capii che anche da uomo spogliatoio non avevo più tanto da dare. Il martedì dopo la gara di Bergamo mi feci male, poi accadde questo episodio e, impulsivamente, decisi di andar via.

DALLA FINE ALL’INIZIO: “E PENSARE CHE SAREI POTUTO  ANDARE AL CATANIA”

Dalla fine dell'avventura all'inizio della tua storia messinese. Il 29 Gennaio 2001, a due giorni dalla chiusura del calciomercato, vieni presentato ufficialmente.
Ricordo il momento in cui mi chiamò Aliotta: ero in ritiro con il Pescara, stavamo cenando. E c’è un retroscena che voglio raccontare. Poco prima del Messina, mi aveva contattato il Catania di Gaucci. Mi avevano offerto un buon contratto, economicamente migliore rispetto a quello che mi proponeva il Messina. In quel periodo il mio procuratore Fulvio Frangiamone era in vacanza in Turchia. In quei giorni iniziai a raccogliere informazioni sulle due società e venni a sapere che Gaucci mandava continuamente in ritiro la sua squadra. Allora mia figlia aveva tre mesi, non volevo starle troppo lontano, ne parlai con mia moglie e scelsi Messina, accettando una cifra inferiore. Il fatto curioso è che dopo due – tre settimane dal mio arrivo a Messina, andammo in ritiro il mercoledì! Ma la mia storia dirà che la scelta si rivelò comunque azzeccata.

Come fu il primo impatto con la squadra, con la città, con il pubblico?
Ebbi qualche difficoltà inizialmente. Ricordo la prima settimana, stavo in albergo, pioveva continuamente. La squadra era particolare: c’era un grande rapporto umano tra dirigenti e giocatori ma, lo dico da napoletano, c’erano troppi napoletani. Ogni tanto non si riusciva a scindere il rapporto umano dal rapporto professionale. Mi sono dovuto adeguare, adattandomi anche ad un campionato, quello di C1, per me nuovo. Venivo da 7-8 anni di serie B, l’impatto non fu semplicissimo.
Del pubblico ebbi subito un’ottima impressione anche se l’ambiente creò un dualismo tra me ed Enrico Buonocore. Un dualismo che non aveva motivo di esistere dal momento che io e lui eravamo giocatori profondamente diversi. La gente si aspettava che io fossi l’alter ego di Enrico, un calciatore che, quando stava bene mentalmente e fisicamente, era a dir poco straordinario. Inizialmente pagai questo strano dualismo che si era venuto a creare. E anche il modulo, il 3-4-1-2, non mi avvantaggiava. Nonostante tutto però, fin dall’inizio, mi sono sempre sentito un giocatore importante. Non ho mai pensato al fischio, alla critica dei tifosi o dei giornalisti. Anzi, mi divertiva il fatto che alcuni mi fischiavano e altri mi applaudivano. Sono andato avanti per la mia strada superando le difficoltà.

LA C1, L’ESORDIO IN GIALLOROSSO, IL PRIMO GOL

Dal punto di vista tecnico, che Messina era quello?
Per la categoria, una squadra fortissima. Basta pensare che a lungo io e Sergio Campolo non trovammo spazio nell’undici titolare. Era una squadra di grande qualità, aveva due attaccanti forti come Godeas e Torino più Buonocore che faceva la differenza; c’era Obbedio, un trascinatore; una difesa solida con gente del calibro di Portanova. E poi era una squadra forte anche a livello morale. L’unica pecca, ripeto, era non essere in grado di lasciare determinati atteggiamenti fuori dal campo, non riuscire sempre ad avere la giusta predisposizione mentale all’interno del rettangolo di gioco.

Il 4 Febbraio 2001 è il giorno del tuo esordio con la maglia del Messina. Stadio Cibali, Atletico Catania – Messina 0-1, gol di Ciccio Marra.
Trovai qualche difficoltà, non solo in quella gara. Il passaggio dalla serie B alla C mi creò inizialmente qualche problema. Quella era una categoria diversa, dove si giocava meno a calcio ed io, per costituzione tecnica, avevo bisogno che si giocasse a calcio il più possibile. Nel giorno del mio esordio provai una grande soddisfazione per la vittoria ma ero consapevole di dover superare difficoltà che si sarebbero ripresentate.

Il 6 Maggio 2001 il tuo primo gol, al Celeste contro il Savoia, in un momento importantissimo del campionato, quando la promozione diretta in B sembrava ad un passo.
Si, sembrava fatta. Dopo aver superato il Savoia, restava solo la gara con l’Avellino che era quarto in classifica, non poteva arrivare né terzo né quinto ed era certo della partecipazione ai play-off.  Contro il Savoia, che si giocava la qualificazione ai play-off, segnai il 2-0 a 15’ dalla fine. Un bel gol, di cui conservo un buon ricordo, anche se di gol con il Messina ne ho fatti di più importanti.

IL MAL DI STOMACO AD AVELLINO E QUEL PRIMO RIGORE PER UNA PROMOZIONE TRISTE

Una settimana più tardi la grande delusione di Avellino: una vittoria avrebbe aperto al Messina le porte della promozione diretta in serie B e invece…
E invece arrivammo mentalmente scarichi a quell’appuntamento. Avevamo dato tutto contro il Savoia, avevamo consumato tutte le energie nervose nel corso della parte finale della stagione. E ne pagammo a caro prezzo le conseguenze.
Per me fu una beffa atroce: abitavo a 200 metri dallo stadio, la mia famiglia è di Avellino, c’erano tanti amici, compresi quelli arrivati da Messina, che erano venuti allo stadio sperando di poter festeggiare la promozione. Ricordo che a lungo, dopo la partita, ebbi un gran mal di stomaco.

In quella gara Torino sbagliò il rigore della promozione. Magari se l’avessi calciato tu…
Vittorio era il nostro rigorista e il nostro bomber. E io non avevo mai tirato un rigore in vita mia.

Strano a dirsi, dal momento che la promozione del Messina arrivò grazie ai play-off e il gol decisivo, nella finale contro il sasgolcataniaCatania, lo segnasti proprio tu dagli undici metri.
Si, strano davvero. Parlando alla squadra prima della gara di ritorno contro il Catania, il mister Florimbi disse: “Il rigorista è Enrico (Buonocore)”. Poi mi aspettavo che il vice-rigorista sarebbe stato Godeas: i giocatori più rappresentativi devono prendersi le responsabilità. Quando l’arbitro concesse il rigore, nessuno si avvicinò al pallone. Allora sul dischetto andai io. Solo Antonio Obbedio venne accanto a me e mi disse: “Se non te la senti, posso batterlo io”. Che carattere Obbedio! Apprezzai il suo comportamento ma non pensai neppure per un attimo all’eventualità che potesse essere lui a prendersi quella responsabilità. Calciai bene il mio primo rigore, fu una grande gioia segnare il gol della promozione. Ma sarebbe stato giusto che a battere quel rigore fosse stato Buonocore: in quell’episodio c’è un po’ la sintesi della carriera di Enrico. Lo conosco da quando aveva 13 anni, un giocatore straordinario con mezzi tecnici eccezionali. Avrebbe potuto giocare per 15 anni in serie A se non avesse avuto limiti caratteriali.

Restiamo su quel Messina-Catania e su quella tua prima promozione con il Messina. La gioia, per tutti, fu purtroppo brevissima. Presto si venne a sapere che un tifoso, Tonino Currò, lottava tra la vita e la morte dopo essere stato colpito da una bomba carta lanciata dal settore occupato dai catanesi.
A fine gara ero talmente stanco che tornai a casa come dopo qualsiasi altra partita. Il mese dei play-off era stato durissimo, ero stravolto. Presto venni a sapere del ferimento di quel ragazzo, di quella assurda tragedia. Ricordo che i festeggiamenti, appena partiti, non andarono oltre. Provai rabbia, tristezza, sgomento. E pensai che quella gara non si sarebbe nemmeno giocata se avessimo vinto ad Avellino, anche se credo nel destino. Poi arrivò la tragica notizia della morte.
Il dramma nel dramma è che l’assassino, quel teppista che ha lanciato la bomba, non è mai stato assicurato alla giustizia.

IN SERIE B SALVEZZA FIRMATA SULLO, L’UOMO DEI MOMENTI IMPORTANTI

Passiamo al campionato di serie B 2001/2002: Arrigoni allenatore, la conferma del blocco che aveva conquistato la promozione, la salvezza strappata all'ultima giornata.
Fu per tutti noi un campionato di ambientamento, ma anche di sofferenza. All’inizio io partii bene, con buone prestazioni in coppa e in campionato. Inizialmente cambiammo modulo passando al 3-4-2-1: io e Buonocore giocavamo a supporto di Godeas. Poi si tornò al modulo che prevedeva un solo trequartista, Buonocore, e due punte.
Arrigoni avrebbe voluto farmi giocare sempre, per trovarmi un posto in squadra aveva anche pensato di modificare il modulo, inserendo me al posto di Obbedio. A quel punto mi sentii in dovere di parlare chiaro con il mio allenatore. Gli dissi di non preoccuparsi, di fare serenamente le sue scelte. Se avessi giocato io al posto di Obbedio, il mister avrebbe rischiato anche l’esonero. Fu così che lui tornò sulla sua decisione, contro il Vicenza giocò Obbedio, io finii in panchina. Poi si fece male Enrico, prima un problema al menisco, poi al legamento. Per noi fu una brutta tegola ma io iniziai a giocare con continuità.

E il tuo contributo fu determinante per la salvezza.
Il mio fu un gran campionato: tanti gol, tanti assist, tante prestazioni positive.

I tuoi gol, 8 in campionato, si rivelarono fondamentali. Indimenticabile la tripletta al Cittadella, decisiva per la permanenza in B, così come la rete al Modena alla penultima.
Segnai tanto, aggiungendo i due gol segnati in Coppa Italia arrivai in doppia cifra.
A proposito della tripletta segnata al Cittadella, importantissima per la salvezza, ricordo un episodio. Eravamo in ritiro, era il giorno della gara. Appena sveglio, dopo una bella dormita, parlo con Arrigoni, uno degli allenatori con cui ho avuto il miglior rapporto umano. Lui, scherzando mi dice: “Tu dormi, ti riposi, io non ho chiuso occhio per tutta la notte”. Io gli rispondo: “Tranquillo mister che oggi ti faccio un gol”. Lui ribatte: “Uno non mi basta, devi farne due”. Gli dico: “Ok, allora vorrà dire che ne farò tre”. Riuscii a segnarne davvero tre di gol in quella gara così importante per il raggiungimento dell’obiettivo stagionale. Una delle mie doti migliori era la serenità che riuscivo a mantenere in ogni momento, specie nelle partite che contavano. Da questo punto di vista la mia storia messinese parla chiaro: nelle gare importanti ci sono sempre stato, ho sempre dato il mio apporto. Magari ho avuto qualche battuta a vuoto nelle altre partite, ma non in quelle in cui la posta in palio era particolarmente alta. È importante essere sempre sereni e ricordarsi che il calcio è pur sempre un gioco.

La salvezza del Messina arriva all’ultima giornata dopo la vittoria sul campo del Crotone. Un’immagine di quel giorno?
Fui sorteggiato il controllo antidoping e riuscii a fare pipì solo alle 9 di sera. Subito dopo, con Sulfaro, raggiungemmo la squadra che stava cenando al ristorante a Lamezia Terme. La prima cosa che vidi fu il mister che indossava la mia maglia col numero 41, questo mi fece davvero tanto piacere.

Quella è anche la stagione del gol alla Sampdoria festeggiato portando le mani alle orecchie per sentire anche il boato di chi fino a qualche istante prima ti aveva contestato.
C’era uno stupido in gradinata che mi insultava da 20 minuti. Era uno solo che mi apostrofava con parole pesanti. Quando ho segnato l’ho cercato, l’ho individuato e mi sono rivolto a lui con quel gesto. In quel caso mi rivolsi ad una sola persona, ma all’inizio in molti mi fischiavano. E i fischi spesso mi caricavano.

LA FINE DI UN CICLO, L’INIZIO DELL’ERA-FRANZA E UN’ALTRA STAGIONE DA TRASCINATORE

La stagione 2001/2002 è anche l'ultima con Emanuele Aliotta presidente. Nell’estate del 2002 arrivano i Franza. Cosa cambia? Cosa ricordi?
Andammo in ritiro con Cuoghi. Fu un ottimo ritiro. Poi tornammo in città e in una mattinata cambiò tutto. Arrivarono i Franza, arrivò Bonsignore come dirigente e Oddo come allenatore. Mi dispiaceva per le persone che non erano più con noi. Con Aliotta e Salerno avevamo vissuto stagioni splendide. Ci fu una specie di epurazione, provai grande dispiacere. Ma nel calcio bisogna guardare sempre avanti. Io ho sempre pensato che un calciatore deve rispondere delle proprie azioni di fronte a compagni e allenatore e soprattutto dar conto a chi lo paga.

Analizziamo quel campionato di serie B edizione 2002/2003. Oddo in panchina, per la squadra un rendimento altalenante.
Oddo è uno degli allenatori che conosco meglio in assoluto. Con lui ho giocato ad Avellino, Pescara, Reggio Emilia e Messina. È un tecnico che fa giocare bene la sua squadra. E così fu anche a Messina. Inizialmente il nostro fu un buon campionato, anche ottimo fino a un certo punto. Poi la partita di Vicenza segnò una svolta in negativo: andammo in vantaggio con Amauri, poi, danneggiati anche dalle decisioni arbitrali, subimmo la rimonta dei nostri avversari. Persa quell’occasione per agganciare i primi posti, mollammo un po’ la presa, andando in difficoltà e rischiando addirittura di retrocedere. Fummo comunque bravi a gestire i punti di vantaggio sulla zona a rischio guadagnati nella prima parte di stagione. Poi arrivarono le dimissioni di Oddo, una scelta che non ho mai capito, e al suo posto fu ingaggiato Bolchi. Ricordo l’importantissima vittoria ottenuta contro il Cosenza grazie a quell’incredibile gol di Carmine.

sas_allenamentoAnche stavolta sulla salvezza c'è il tuo timbro. Rigore realizzato contro la Sampdoria al Marassi per la salvezza matematica, ultimo di tre gol consecutivi messi a segno nel finale di stagione.
Segnai un gran gol a Palermo, dove perdemmo però per 2-1, e realizzai un rigore pesantissimo nel 2-2 esterno con la Triestina. Il nostro rigorista era Riccardo Zampagna ma lui sapeva che io c’ero sempre e in quell’occasione mi disse: “Vai tu”. Mi ritrovai il pallone in mano, non fu certo un problema. Di problemi del genere non ne ho mai avuti: se sbagliavo, pazienza. E invece segnai non solo in quell’occasione ma anche contro la Sampdoria, realizzando il penalty della salvezza.

In quella stagione segni sette gol. E le reti messe a segno in due campionati diventano 15 gol. Nonostante la tua confidenza con la porta, non ti era mai capitato di segnare tanto in carriera.
Ho sempre segnato 5/6 gol a stagione. A Messina ho migliorato la mia media, forse perché il campo di gioco del Celeste è piccolo e si corre di meno.

LA FALSA PARTENZA NELL’ANNO DEL TRIONFO

E siamo arrivati all'indimenticabile annata 2003/2004. Il campionato si apre il 9 settembre 2003 contro il Napoli: pareggio acciuffato grazie ad un tuo rigore calciato come sempre da cecchino infallibile.
Era il 90’, perdevamo 1-0. Il portiere del Napoli era Manitta che mi conosceva bene. Pensava che avrei tirato al centro e invece ho cercato l’angolo riuscendo a segnare.

A proposito del Napoli, quanto sei legato alla squadra della città in cui sei nato?
Da bambino andavo al “San Paolo” con mio padre. Poi lui, dopo la delusione dello scudetto perso dal Napoli contro il Milan, si allontanò dallo stadio. Io, nel frattempo, iniziai la mia carriera da calciatore e il mio legame con il Napoli si attenuò.
Quello segnato a Manitta fu il mio primo gol realizzato contro il Napoli. Ma per me non fu particolarmente sentito, servì semplicemente per guadagnare un punto.

Torniamo a quella stagione. In panchina inizialmente c'era Patania e le cose non andarono benissimo.
Patania non era scarso, né cattivo. Credo solo che ci siano cose che nascono bene e cose che nascono male. La sua esperienza a Messina è nata male. Si è trovato in una realtà nuova, in una società che, anche se non lo dichiarava apertamente, puntava a campionati di vertice. C’erano tanti giocatori di esperienza che forse non erano pronti per lui e le cose non funzionarono.
Anche per me l’avvio di stagione fu negativo. Mi ritrovai in una condizione stranissima. Giocavo da seconda punta, Patania mi vedeva così; segnai due gol nelle prime quattro partite ma ero bersagliato dalle critiche di tifosi e giornalisti. Ricordo che fui massacrato dopo la sconfitta per 3-0 che subimmo contro la Ternana. La gara non si vide neppure in tv ma bisognava individuare i capri espiatori ed io fui tra questi. Ma le critiche non mi tolsero la tranquillità e anche quando, poco dopo, mi ruppi il menisco, restai sereno e convinto di essere in grado di tornare più forte di prima. Fui operato a Messina dal professor Savica, 19 giorni dopo la rottura del menisco esterno ero già in campo. Il mio fu un recupero-lampo.

MUTTI, LA SVOLTA E LA FASCIA DA CAPITANO

Un avvio di stagione negativo, la squadra all’ultimo posto, poi l'incredibile svolta: arriva Mutti e il Messina inizia a volare. Un cambio di direzione improvviso. Una cavalcata trionfale impossibile da immaginare dopo quella disastrosa partenza.
Nelle prime tre gare con Mutti in panchina conquistammo nove punti. Il vento era cambiato. Vincemmo ad Avellino grazie ad un autogol. Poi, tra martedì e sabato, giocammo due gare consecutive in casa. Contro il Piacenza soffrimmo un po’ all’inizio riuscendo a sbloccare il risultato con un gol “balordo” di Zaniolo e su quella rete costruimmo la vittoria. Il terzo successo consecutivo arrivò contro la Salernitana grazie a due gol trovati su calcio d’angolo. Quelle vittorie ci diedero grande serenità e lo slancio necessario per iniziare a lavorare in maniera incredibile.
In quella stagione il nostro punto di forza fu la capacità di poter contare su un gruppo da cui si riusciva a tirare fuori sempre il massimo. Chi veniva chiamato in causa faceva bene la sua parte. Non c’erano solo undici titolari, ma sedici, diciassette, diciotto giocatori che sapevano risultare, ognuno a suo modo, determinanti. Dentro ognuno di noi è scattata la scintilla e tutti riuscivano ad esprimersi al 100%, anche chi giocava pochissimo. Ricordo l’ultima partita di campionato, giocata in trasferta contro il Torino, a promozione già conquistata. Il mister mandò in campo i giocatori meno utilizzati e fecero tutti un figurone.

bortolomuttiUn giudizio su Bortolo Mutti.
Mutti è l’allenatore con il quale ho raggiunto i maggiori traguardi della mia carriera. Il nostro è stato un rapporto travagliato, fatto anche di conflittualità. Una rapporto non facile tra un bergamasco e un napoletano. Ma è stato in grado di farmi dare il massimo ed è giusto riconoscerlo.

Poco prima di Mutti, intanto, era arrivato Di Napoli che diede un contributo eccezionale con i suoi 19 gol.
Arturo è come Enrico. Un giocatore superiore, che non c’entrava niente con noi. Un calciatore con le sue doti deve recitare il mea culpa ogni giorno della sua vita. Sarebbe potuto arrivare molto più alto di quanto non abbia fatti anche se lui, quantomeno, a differenza di Enrico, ha giocato per diversi anni in serie A.
A Messina, ebbe inizialmente qualche difficoltà. Poi anche per lui scattò la scintilla che ne accese l’immenso talento.

Quella della promozione in A è anche la stagione in cui diventi capitano.
Lo diventai quando si fece male Sergio Campolo. Ma già mi sentivo uno dei capitani. Il capitano non è semplicemente quello che porta la fascia. Se sei capitano in quanto riconosciuto come leader è un onore, ma anche una responsabilità. Portare la fascia al braccio senza essere un leader è solo apparenza.

Le più belle partite di quel Messina?
Una su tutte: Messina – Catania 3-0. Ricordo un antefatto. Nella partita precedente avevamo perso 2-1 a Vicenza. In città iniziarono a circolare voci che raccontavano di risse negli spogliatoi, tensioni, vetri rotti. Storie assolutamente false. Per la prima volta in vita mia decisi di intervenire telefonicamente ad una trasmissione televisiva, a Televip. Dissi pubblicamente che mi ero scocciato delle cazzate che la gente tirava fuori senza alcun motivo. E aggiunsi che avremmo vinto contro il Catania e che saremmo andati in serie A. Giocammo una partita eccezionale, fu bellissimo uscire tra gli applausi e l’entusiasmo dei nostri tifosi.

promozionecurvaIl momento più bello ed il più brutto di quella stagione?
I momenti belli sono stati tantissimi. Ma resta indimenticabile la partita della promozione contro il Como. La festa, il Celeste stracolmo, la gioia della gente. Quando finì la gara, lasciai lo stadio quasi subito perché l’indomani dovevo andare al Mugello. Arrivai presto alla Caronte e presi la nave. Dal traghetto vidi la città in festa, la gente che si era riversata per strada, le bandiere. Sentivo i suoni che provenivano dalla città, mentre nella mia testa rimbombavano ancora i rumori dello stadio. Quei 15 minuti trascorsi sul traghetto furono bellissimi. Mi tornò tutto in mente, dalla partita che avevamo appena giocato a tanti momenti di quella splendida stagione.
L’immagine più brutta è legata invece all’infortunio del mio amico Raffaele Ametrano. Eravamo a Bari, Raffaele era in ospedale, noi in albergo. Aspettai da solo il suo ritorno per conoscere l’esito della radiografia. I miei compagni non fecero lo stesso. Ci restai malissimo. Ma forse in quel momento non eravamo ancora una squadra nel vero senso della parola. Un nostro compagno si era fratturato una gamba, avremmo dovuto aspettarlo tutti insieme. Provai una grande amarezza.

Anche in quel campionato non mancarono i tuoi gol, molti dei quali particolarmente belli e significativi. Qual’è quello che ricordi con più piacere?
La rete segnata al Catania, nel derby vinto 3-0, mi diede una grandissima gioia.

Qual'era il segreto di quella squadra?
Come ho già detto, la possibilità di poter contare non su undici giocatori ma su diciassette, diciotto. E per molti di noi quella fu la migliore stagione di un’intera carriera.


LA SERIE A E IL MESSINA DEI MIRACOLI

Così per te, alle soglie dei 33 anni, si aprono le porte della serie A.
Era il traguardo che inseguivo da anni. Prima di raggiungerlo dicevo: “Mi basterebbe giocare anche una sola gara in serie A”. Poi, invece, come sempre, avrei voluto giocare ogni partita. Per tutta la mia carriera ho ambito ad una maglia da titolare, in qualunque squadra ed in qualunque categoria. Ho sempre accettato le scelte degli allenatori e non le ho mai criticate, ma non ho mai rinunciato a far concorrenza a chi si giocava il posto con me.

sassulloinazioneL’avvio di stagione per il Messina fu sensazionale.
Come dimenticarlo…0-0 a Parma al debutto, poi quelle due splendide vittorie: prima con la Roma in casa, gara nella quale segnai il mio primo gol in A, poi contro il Milan a San Siro (1-2). Per nove undicesimi eravamo gli stessi che avevano conquistato la promozione l’anno prima e c’era ancora quell’animo, quella mentalità. Poi arrivarono le prime difficoltà, infortuni compresi. Ricordo che andammo a giocare a Milano contro l’Inter senza mezza squadra. È stata comunque una grande stagione. Forse avremmo anche potuto fare qualcosa di impensabile, ma arrivare al settimo posto in A, da neopromossa, è pur sempre un risultato incredibile

L’entusiasmo in città arrivò alle stelle...
Fu un anno fantastico per tutti. Lo stadio sempre pieno di gente, tanti tifosi che ci seguivano anche in trasferta, tante belle vittorie. C’era un contatto vero e profondo tra i giocatori e la città, eravamo un tutt’uno. Peccato che tutto sia stato dilapidato.

Quella è anche la tua ultima stagione da titolare. E il campionato in cui segni il tuo ultimo gol in giallorosso. È il 19 Gennaio 2005, Messina – Atalanta finisce 1-0, tre punti d’oro in cassaforte.
Fu una vittoria importantissima. Quei tre punti ci servirono per chiudere il girone d’andata a 24 punti, battendo una diretta concorrente, l’Atalanta, sulla cui panchina era appena arrivato Delio Rossi. Anche se non ne ricordo bene il motivo, in quel momento c’era un po’ di malcontento tra i tifosi. Forse li avevamo abituati troppo bene. Pur soffrendo un po’, portammo a casa un risultato fondamentale.

LA MALATTIA E QUELL’AMICO SPECIALE

A distanza di qualche settimana da quel gol e da quella vittoria, la vita ti avrebbe costretto a combattere per altri obiettivi.
Ero già malato da un mesetto, anche se non lo sapevo ancora. L’ho scoperto dopo una ventina di giorni.

Ricordo che volesti annunciare personalmente quanto ti stava accadendo.
Ho voluto far chiarezza. Mi ero scocciato, tutti mi chiede vano: “Come va? Come stai?”. Sembrava che fosse un segreto. Non ero un malato terminale, non ero un appestato. Avevo la leucemia. Più esattamente un linfoma B diffuso a grandi cellule non Hodgkin. Ed era giusto dire come stavano le cose. Non volevo che la gente provasse pena.
Ho scelto di rimanere a Messina in quel periodo per non far vivere la malattia ai miei genitori, molto preoccupati per quanto mi stava accadendo. A Messina riuscivo a vivere in maniera tranquilla: seguivo la squadra, le partite, gli allenamenti. Poi tornavo a casa e mi sottoponevo alla chemioterapia. Con me c’era sempre Carmine. Era l’unico che veniva a casa mia. Non perché gli altri mi avevano abbandonato, ma solo perché io non volevo nessuno intorno in quei momenti, se non la mia famiglia.

carmine1Questo equivale a dire che consideri Carmine Coppola un membro della tua famiglia.
Carmine è la pecora nera della mia famiglia. È difficile spiegare fino in fondo il nostro rapporto. Siamo due persone estremamente diverse però tra noi è nata un’amicizia che definire tale è anche riduttivo. Il nostro è un legame strettissimo. Lui è ed è stato per me come un fratello. Avrà anche tanti difetti, come ce li ho io, sembra un duro, ma ha un cuore d’oro. Ho sempre provato ad aiutarlo e gli ho sempre detto tutto quello che pensavo di lui, pur senza mai criticarlo. Per me resta un fratello.
Ricordo ancora la sua prima partita in campionato con il Messina. Giocavamo a Terni. La Ternana vinceva 2-0 e noi eravamo in dieci per l’espulsione di Obbedio, si giocava su campo impossibile. Riuscimmo a pareggiare 2-2. A fine partita ci abbracciamo, lui piangeva come un bambino per la gioia e l’emozione. Io conosco il vero Carmine, quello che conoscono in pochi.

IL RISCHIO RADIAZIONE E LA CITTADINANZA ONORARIA

Il Messina chiude la sua prima stagione in massima serie in settima posizione. Ma rischia di non prendere parte al campionato successivo per il mancato pagamento dei debiti nei confronti dell’erario. Tu, nonostante la malattia, sei in prima linea a difendere la tua squadra in quella strana estate del 2005 quando l’F.C. Messina rischia di scomparire.
Andai in ritiro con la squadra, portando con me anche la mia famiglia. Fu in quel periodo che iniziarono i problemi del Messina. Ci eravamo salvati in anticipo e si sarebbe potuta programmare la stagione successiva con grande tranquillità. Invece passammo gran parte dell’estate a combattere per l’iscrizione. Alla fine andò bene. Ma pagammo ugualmente le conseguenze di quella situazione. Molti di noi persero quel “sacro furore” che ci aveva fin lì caratterizzato.

Il 2005 è anche l’anno in cui diventi cittadino onorario di Messina.
Un onore enorme. Ma, al tempo stesso, la consapevolezza che, senza la malattia, non avrei mai ricevuto la cittadinanza onoraria. Ma ne fui comunque felicissimo, ad un calciatore una soddisfazione del genere non capita certo tutti i giorni. Messina, poi, è una città a cui ero e sono legatissimo. A Messina ho subito portato con me la mia famiglia, ho vissuto profondamente la città, trovando tanti cari amici che sento e frequento ancora. A Messina ho vissuto sensazioni che vanno oltre il calcio.

LA VITTORIA PIU’ BELLA: IL RITORNO IN CAMPO

L'11 dicembre 2005, sconfitta la malattia, torni in campo.
Ero felice e, al tempo stesso, curioso. Sarei subito voluto tornare ai livelli di prima e non sapevo se ne sarei stato in grado. Era difficile ed ero consapevole che avrei anche potuto non farcela. E infatti non ce la feci a tornare quello che ero stato fino ad alcuni mesi prima, forse a causa delle cure, dei farmaci che prendevo, o forse per i mesi di inattività o forse anche per l’età. Ma non fu certo un dramma. Ho sempre accettato le sconfitte, non ho mai accettato chi perde in partenza.

Nell’anno del tuo ritorno in campo, collezioni applausi e attestati di stima in tutta Italia, da Palermo a Treviso.
Anche questo fu un grandissimo onore. Ricordo con particolare piacere gli applausi del pubblico di Palermo. Quegli applausi erano per me ma anche per chi mi aveva curato e, soprattutto, per le tante persone che stavano ancora combattendo contro un brutto male. Il mio era un esempio importante, un messaggio per tutti quelli che lottavano per tornare a vivere normalmente. Ed è per questo che, oltre agli applausi, ho accettato anche un po’ di compassione.

LA PRIMA RETROCESSIONE, L’ESONERO DI MUTTI, IL FEELING CON VENTURA

Per la squadra però quella è una stagione disgraziata, il Messina crolla e retrocede in B.
Quella fu una stagione molto strana. Fino ad un certo punto, riuscimmo a mantenerci sopra la zona retrocessione. Poi, nel girone di ritorno, iniziammo ad andare in difficoltà. Purtroppo, non subito ci rendemmo conto di essere una delle squadre indiziate per la retrocessione. Il ricordo dell’anno precedente ci induceva a pensare che con un paio di vittorie avremmo risolto tutto. Invece arrivarono numerosi passaggi a vuoto, come il pareggio interno col Siena e la sconfitta, sempre al San Filippo, contro il Parma. Purtroppo non riuscimmo più a risollevarci.

Il 25 marzo 2006, dopo il pareggio interno con l’Udinese viene esonerato Mutti. Lo spogliatoio approvò quella scelta?
Ho sempre pensato che, in una società di calcio, ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. È la proprietà che paga gli stipendi ed è compito della proprietà decidere se un allenatore deve essere esonerato o meno. I calciatori non devono essere coinvolti in scelte del genere, non è compito loro. La squadra, in questi casi, non si deve schierare ma deve semplicemente dare il massimo in campo, sempre e comunque.
È ovvio che provai un grande dispiacere per l‘esonero di Mutti, dopo due anni e mezzo ricchi di successi e soddisfazioni.

A Mutti subentra Ventura. I risultati non arrivano e la retrocessione è inevitabile. Ma tu hai l’opportunità di conoscere un allenatore che diventerà importante per la tua nuova carriera.
Giampiero Ventura è il tecnico che mi ha offerto la grande possibilità di essere oggi l’allenatore in seconda di una squadra di serie A. Quando è arrivato a Messina, la situazione era già purtroppo compromessa ma ebbi ugualmente modo di apprezzarne pregi e capacità. Lui è uno che parla chiaro e a me sono sempre piaciute le persone trasparenti. Così allora mi comportai di conseguenza, continuando a dare il massimo per la squadra, dentro e fuori dal campo, e a far concorrenza, con lealtà, ai titolari. Credo che apprezzò il mio comportamento e vide in me una persona che combaciava con le sue vedute. Oggi, che sono il suo secondo, posso apprezzare meglio le sue grandissime capacità, dal punto di vista tecnico, tattico e psicologico.

IL RIPESCAGGIO, L’OCCASIONE SPRECATA E UNA NUOVA GRANDE DELUSIONE

Dopo anni di successi, arriva così la prima grossa delusione. Ma, poco dopo, scoppia il caso “calciopoli”. La Juventus, di cui il Messina negli anni precedenti era diventata una sorta di società satellite, viene spedita in B e per il Messina arriva il ripescaggio e si riaprono le porte della serie A.
Fu un colpo di fortuna. In cento anni di calcio la Juventus non era mai retrocessa. Fu davvero un peccato non essere stati in grado di sfruttare quella grande occasione.

In panchina arriva Giordano, il d.s. è Valentini. La squadra parte bene ma poi qualcosa si rompe.
Ci sarebbe tanto da dire, ma come sempre a contare più di qualunque altra cosa furono gli episodi. Decisiva, a mio giudizio, fu, ad esempio, la gara con il Cagliari: vincevamo 2-1 al San Filippo, un successo ci avrebbe permesso di rilanciarci, ma al 90’ il cross di Conti diventò un tiro che finì sotto l’incrocio. E fu lì che la nostra stagione cambiò, prendendo una brutta piega. Peccato, perché eravamo partiti molto bene, avevamo gradualmente acquisito fiducia e motivazioni. Poi a rendere tutto più complicato arrivarono episodi negativi e infortuni, su tutti quello di Riganò, il nostro giocatore più importante. E ci fu il crollo, determinato da diverse componenti. Non ci fu una buona gestione delle difficoltà, forse per la giovane età del nostro direttore. E si verificò presto una spaccatura tra vecchia guardia e nuovi giocatori, una spaccatura che proveniva dall’interno e che minò la serenità dello spogliatoio. Se si pensava che il nostro ciclo fosse finito, bisognava prendere provvedimenti ad agosto, non a dicembre. Invece tra novembre e dicembre ci fu una cattiva gestione delle risorse umane e così si arrivò ad inizio gennaio alla partita da dentro o fuori con l’Ascoli: perdemmo e sprofondammo nel baratro.

DOPO MESSINA: L’AVELLINO, IL MARTINA, LA TURRIS

Detto del tuo addio, parliamo delle tue successive esperienze. Dopo essere andato via da Messina, conquisti con l’Avellino la promozione in serie B.
Diedi il mio piccolo contributo, nonostante diversi problemi fisici. Ma l’esperienza, nel complesso, non fu positiva perché la società era in grossa difficoltà. Non pensavo ci fossero problemi così seri e quando me ne resi conto decisi subito di andar via, nonostante un altro anno di contratto. Non mi sentivo desiderato fino in fondo e l’addio fu una logica conseguenza.

L’anno dopo ti trasferisci al Martina, in C1.
Mi chiamò Ciccio La Rosa, mi disse: “Vieni a divertirti con noi”. Sembrava ci fosse un progetto serio ma, anche in questo caso, ben presto emersero delle difficoltà societarie. La Rosa andò via dopo qualche mese, i problemi aumentarono e le promesse non vennero mantenute.

Così scendi ancora di categoria: vai alla Turris, in serie D.
Avevo ancora voglia di divertirmi. E alla Turris ci sono riuscito. Scendere di categoria era fisiologico. È necessario essere consapevoli di ciò che si è in grado di dare: se non puoi giocare in A vai in B, poi in C, poi in D…
Ma il ritorno alla Turris, la prima società in cui ho fatto bene ad inizio carriera, è stato davvero una scelta azzeccata. Ho avuto a che fare con persone perbene, come l’allenatore La Cava. E ho trovato gente, come il presidente, che mantiene le promesse. C’era un budget limitato, l’obiettivo era la  salvezza ma arrivammo ad un passo dai play – off, sfumati solo quando, a campionato finito, venne restituito un punto precedentemente sottratto all’ Ischia.

LA NUOVA CARRIERA PARTE DAL BARI DEGLI EX MESSINESI

sas-venturaEd eccoci arrivati al presente, alla tua nuova carriera da allenatore. Oggi sei il secondo di Giampiero Ventura al Bari. Come nasce l’idea di questa collaborazione?
Con Ventura, che ho conosciuto a Messina, abbiamo mantenuto i rapporti e siamo rimasti in contatto. Quando mi ha conosciuto, io ero più uomo – spogliatoio che calciatore. Lui probabilmente notò questa mia predisposizione ed io, dal canto mio, ebbi modo di apprezzarne le doti umane e professionali. Ci fu subito grande sintonia.
Un giorno, discutendo, gli dissi che avevo in mente di fare richiesta per frequentare il corso di allenatore a Coverciano. Lui mi disse che il suo secondo aveva deciso di lavorare da solo. E l’idea di una collaborazione nacque così. Per me è stato un onore che Ventura abbia pensato a me come suo vice. Lui, in estate, aveva quasi chiuso con la Triestina. Poi, dopo le dimissioni di Conte, è arrivata l’offerta del Bari.

Da calciatore ad allenatore: come è stato il passaggio?
Ho iniziato questa nuova avventura con grandissimo entusiasmo, cercando di mettere in campo tutte le mie qualità. Nel corso della mia carriera da calciatore, mi sono sempre aggiornato, ho studiato, ho letto tanto e oggi cerco di trasmettere le conoscenze acquisite ai giocatori, attraverso esercitazioni, spiegazioni, consigli. Sono partito con un grosso punto interrogativo, poi, pian piano, ho tolto la maglietta da calciatore e indossato la tuta da allenatore. Oggi mi sento un allenatore a tutti gli effetti, anche se sono pur sempre un allenatore che ha iniziato la “settimana prossima”. Ho tanto, se non tutto, da imparare, ma ragiono da allenatore, non più da calciatore.  

A Bari, oltre a Ventura, ci sono tanti calciatori che hai avuto come compagni a Messina: Parisi, Donati, Alvarez, Masiello, De Vezze. Come li hai ritrovati?
Ho trovato un Parisi rigenerato, molto vicino, come rendimento, al primo Parisi. L’infortunio l’ha poi frenato, ma pian piano sta tornando sui suoi standard.
Donati è ormai un giocatore completo, un calciatore importante per una squadra di serie A, direi quasi da nazionale.
Alvarez è maturato tantissimo e il merito è di Ventura che è riuscito a trovare la chiave per stimolare un giocatore che non aveva mai reso secondo le proprie straordinarie potenzialità.
Benissimo anche Sasà Masiello che il mister ha deciso di utilizzare come terzino sinistro quando Parisi si è infortunato: lui si è calato bene nella parte, ci abbiamo lavorato e i risultati ci hanno dato ragione.
In questa stagione sta trovando poco spazio De Vezze, chiuso da Almiron, Donati e Gazzi. Ma resta un uomo importante per la squadra, è uno dei giocatori del gruppo storico del Bari, lo scorso anno ha conquistato da protagonista la promozione in A e credo che anche lui risulterà presto utile anche in questo campionato.

RICORDI IN GIALLOROSSO

Torniamo ai tuoi ricordi messinesi. La prima immagine chi ti viene in mente pensando a Messina?
Il Celeste, stadio a cui mi legano ricordi indimenticabili e a cui sono affezionatissimo. Quando torno a Messina, non mi faccio mai mancare una visita al Celeste.

La partita più bella e la più brutta di un tuo Messina?
La più brutta Messina – Parma 0-1, campionato di serie A 2005/2006, la gara della svolta in negativo, la partita dopo la quale siamo virtualmente retrocessi in serie B.
La partita più bella per me resta Messina – Catania 3-0: una gioia enorme e un passaggio decisivo per la promozione in serie A.

E la vittoria di San Siro contro il Milan?
È stata un episodio. A San Siro siamo andati otto volte e abbiamo sempre perso, spesso subendo tanti gol. Tranne quella volta, quando centrammo quella bella e meritata impresa. Quelli sono momenti che è giusto godersi, ma non fanno parte della realtà.

I compagni più forti con cui hai giocato in carriera?
Enrico Buonocore è senz’altro tra questi, anche se ha raccolto poco rispetto al suo eccezionale talento. Un discorso simile va fatto per Arturo.  
Dal punto di vista strettamente qualitativo, però, credo che il miglior calciatore con cui ho giocato è stato Gaetano D’Agostino, cresciuto tantissimo negli ultimi anni.
Poi, mi sembra giusto citare anche Antonio Obbedio, calciatore dal carisma straordinario.

Il miglior allenatore che hai avuto a Messina?
Il mister Ventura mi ha allenato per soli tre mesi; quindi, dovendo fare delle valutazioni, non posso inserirlo tra i tecnici che ho avuto a Messina. Ho avuto diversi buoni allenatori ma non posso non mettere Mutti in cima alla lista. Ripeto, il nostro rapporto non è stato idilliaco, anzi spesso abbiamo avuto delle difficoltà. Ma è il tecnico con cui ho giocato meglio in carriera e con cui ho raggiunto i risultati più importanti.

Il miglior dirigente?
Questa è una domanda a cui è impossibile rispondere. Ho avuto un rapporto splendido con la maggior parte dei dirigenti con cui ho lavorato: Ciccio La Rosa, Nicola Salerno, Mario Bonsignore, Giovanni Carabellò, Gigi Pavarese. Ho avuto un legame forte con tutti loro, senza però mai varcare la soglia del rapporto che deve esserci tra un calciatore ed un dirigente.

I compagni a cui sei rimasto più legato?
Su tutti Carmine, anche se ha un milione di difetti. Ma ci sono tanti amici che vedo e sento ancora: Obbedio, Sportillo, D’Alterio, Fusco, solo per citarne alcuni. Con Enrico Buonocore ci conosciamo fin da quando eravamo bambini, anche se negli ultimi anni ci siamo un po’ persi di vista.

Il compagno più strano?
Ogasawara.

Perché?
Non si può dire. Ma sarà che la sua era una cultura diversa dalla nostra.

Il più sottovalutato?
A Messina in molti hanno sottovalutato Amauri, che poi ha saputo dimostrare di essere un campione. In generale Enrico, che, ribadisco, non ha saputo sfruttare le sue immense potenzialità.  

Il più scarso?
Non so dire chi sia stato. Però posso dire di non essere mai riuscito a capire che tipo di calciatore fosse Pinton, un difensore che il Messina aveva acquistato dal Treviso quando eravamo in serie B. Era arrivato insieme a Tedoldi, buon giocatore, ma si fece subito male.

Il tuo gol più bello?
Forse quello segnato al Livorno nel campionato di B 2002/2003: cross da sinistra e diagonale di destro. Vincemmo 2-1.

Il ricordo più bello ed il più brutto della tua esperienza a Messina?
Il più bello è legato alla promozione in serie A e a quell’immagine di una città in festa che ammirai dal traghetto dopo la vittoria sul Como, come ho già raccontato.
Il più brutto è legato alla maleducazione degli automobilisti messinesi: insopportabile quel continuo suono dei clacson, peggio di Napoli. Tante volte mi è capitato di scendere dalla macchina per andare a dire a qualcuno di smettere di suonare.  

Le persone che hai conosciuto a Messina che più hai apprezzato?
La lista è lunghissima, ho apprezzato davvero tantissime persone. Gli amici di Mili, i miei padroni di casa, la famiglia Chiofalo, la famiglia Cannata, tanti giornalisti con cui ho legato e molte persone comuni. E dovrei citare tanta altra gente con cui sono stato veramente bene. I rapporti umani, se sono veri, non si perdono. Se li coltivi, non svaniscono. Ed io sono tuttora legato a tante persone che ho conosciuto a Messina. E poi a Messina è stata bene anche la mia famiglia. Mia moglie ama la città, ad agosto è tornata; mia figlia è nata ad Avellino ma si sente messinese.

IL CAPITANO: LEADERSHIP E SAGGEZZA

Si è sempre detto: Sullo è l'anima dello spogliatoio. Come si conquista la leadership in un gruppo?
Se ci sono 20 persone che stanno in silenzio mentre tu parli significa che, quantomeno, stanno a sentire quello che stai dicendo. Ma nel calcio devi essere bravo prima di tutto dentro al campo, altrimenti non puoi essere un leader. Poi è necessario essere coerenti fuori dal campo, non mandare a dire le cose ma essere sempre diretto e usare i toni giusti. Io penso di essermi sempre comportato così ed è per questo che mi sono sempre sentito uno di quei quattro-cinque giocatori importanti anche fuori dal rettangolo di gioco.
I fattori extracalcistici spesso risultano determinanti nella carriera di un calciatore. Io ho fatto sembrare grande quel poco che ho fatto. A Messina sono passati calciatori, come Catalano o come lo stesso Buonocore, che hanno raccolto meno di me, pur avendo capacità strettamente calcistiche nettamente superiori alle mie.

A proposito, ricordo una tua frase: “Un calciatore raccoglie sempre quello che merita”. Confermi?
Confermo. E aggiungo: più in generale, un uomo raccoglie sempre quello che merita. Poi è ovvio che, nel calcio come nella vita, ci siano alcune rare eccezioni.

“Il calcio è il lavoro più bello del mondo”, confermi anche questo?
Si, confermo anche questo. Anzi, mi correggo: forse quello del calciatore non è neanche un lavoro. Io ho visto lavorare mio padre e so che il lavoro è un’altra cosa rispetto al calcio. I calciatori sono una categoria assolutamente privilegiata: giocano, sono giovani, stanno all’aria aperta, spesso guadagnano bene.

MESSINA IERI, OGGI E DOMANI

Quanto ti sei sentito apprezzato e gratificato a Messina?
Moltissimo. Devo dire più fuori che dentro il campo. Come calciatore mi sono sentito spesso piacevolmente messo in discussione.

Della situazione odierna del Messina cosa sai e cosa pensi?
Sono sempre aggiornato su quello che capita a Messina. Mi dispiace per l’attuale situazione, per certo versi inconcepibile. Attraverso il televideo mi informo sempre sul risultato della partita del Messina. So dei gol di Di Napoli, so dei pochissimi abbonamenti sottoscritti e dei pochi tifosi che seguono la squadra, so che i Nocs hanno deciso di abbandonare lo stadio, so che molti giocatori sono stati messi in lista di svincolo, so che i primi posti della classifica sono lontani.

Ti piacerebbe un giorno tornare a Messina?
Potrei darti una risposta piena di retorica, tipo: “È il sogno della mia vita” o “Sarebbe un grande onore”, o cose del genere. Ma queste risposte non fanno per me. Posso dire solo che certamente ci tornerò spesso, magari in vacanza, per salutare i miei tanti amici messinesi. Ma, se devo pensare al mio futuro professionale, non posso certo dire che, ad oggi, esista in me una prospettiva del genere.

Ti riferisci anche al fatto che attualmente il Messina è in serie D e tu sei l’allenatore in seconda di una squadra di serie A?
Mi riferisco anche a questo, ma non solo a questo. La malattia mi ha insegnato che non posso fare programmi a lunga scadenza. Tra pochi giorni ho un controllo, la mia è una realtà particolare, non soffro però ho sempre gli occhi aperti. Chi ha passato quello che ho passato io sa di avere sempre una spada di Damocle che pende sulla propria testa. I momenti più difficili sono passati con la fase acuta della malattia, ma oggi sono tenuto a vivere solo il presente e godermelo. E poi sarebbe troppo semplicistico dire che mi piacerebbe riportare Messina dove merita. Le frasi fatte le lascio agli altri.

Grazie davvero Sasà. Ci fermiamo qui. A te il compito di la chiudere come vuoi questa lunga intervista.
Intanto mando un saluto a tutti i messinesi. E aggiungo che non vedo l’ora di andare a giocare a Catania con il Bari. Intanto perché quando vedo quelle maglie mi scatta sempre qualcosa dentro e mi rendo sempre più conto di quanto io sia legato al Messina ed alla città. Ma soprattutto perché così, dopo la partita, posso tornare a Messina, rivedere tanti amici e gustarmi una bella cena a base di pesce, a Letojanni, in compagnia di persone a cui tengo e a cui voglio bene.

 


 
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